di Fiore Sansalone
Alla Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina, tenutasi a Roma, il governo di Kiev ha presentato una richiesta che ha lasciato pochi dubbi e molte inquietudini: 850 miliardi di euro per ricostruire il Paese, più 50 miliardi all’anno per mantenere in piedi l’apparato militare anche in tempo di pace, di cui la metà – 25 miliardi – dovrebbero arrivare stabilmente dall’Unione Europea.
Una cifra abnorme, che nessuno discute pubblicamente. Come se fosse normale, come se l’Ucraina avesse diritto automatico a usare le risorse dei contribuenti europei. Come se fossimo noi, e non loro, a doverci inginocchiare.
Il governo italiano non ha obiettato. Anzi, si è schierato in prima fila: oltre 10 miliardi già promessi, un ruolo diretto nella ricostruzione della città di Odessa, e parole entusiaste da parte della premier Meloni, che ha evocato il “miracolo economico italiano del Dopoguerra” per giustificare l’impegno.
Ma allora c’era il Piano Marshall. Oggi ci sono solo i vincoli europei, il debito pubblico e le promesse a bilancio.
Eppure si continua a parlare come se nulla fosse, con toni da standing ovation, mentre in Italia si taglia ovunque: sanità, scuola, pensioni, sicurezza.
Kiev ha chiesto anche la confisca dei beni russi congelati in Europa: centinaia di miliardi da impiegare nella ricostruzione. Una mossa politicamente d’impatto, ma economicamente pericolosa: equivale a dire agli investitori stranieri che i loro beni possono essere sequestrati in base al clima geopolitico del momento. È un precedente da far tremare i polsi.
Se oggi tocca alla Russia – pur colpevole dell’aggressione – domani potrebbe toccare a chiunque. Così si cancella la fiducia nei mercati europei. Così si scava la fossa all’economia del continente.
Al vertice NATO de L’Aja, l’Italia ha votato a favore dell’obiettivo del 5% del PIL in spese per difesa e sicurezza entro il 2035.
La soglia include:
3,5% per spesa militare effettiva
1,5% per sicurezza, cyberdifesa, infrastrutture strategiche
Meloni ha confermato che raggiungeremo il 2% del PIL già nel 2025, e che ci muoveremo gradualmente verso il 5%, usando anche riclassificazioni contabili: ad esempio, considerando spese infrastrutturali (come porti o ponti) come "difesa strategica".
Ma la realtà è semplice: 5% del PIL significa miliardi e miliardi ogni anno sottratti al resto.
Significa che i nostri figli non avranno un futuro.
Significa che il diritto allo studio, alla salute, al lavoro e alla casa passerà in secondo piano.
Il riarmo ci condanna a un'economia di guerra... senza guerra nostra.
Il punto è questo: l’Ucraina non fa parte dell’Unione Europea. Non fa parte della NATO. Eppure detta le condizioni, fissa le cifre, chiede risorse permanenti e garanzie.
E noi, europei, in particolare italiani, firmiamo in silenzio, come se tutto fosse inevitabile.
Stiamo facendo gli interessi di altri: quelli di Washington, che vuole contenere Mosca con le nostre risorse; quelli di Kiev, che ha capito perfettamente come usare la retorica della democrazia per ottenere miliardi; quelli di Bruxelles, che tace perché ha paura di esporsi.
E l’Italia? L’Italia obbedisce. Sempre.
Intanto, in Europa qualcosa si muove
In Germania, cresce il numero degli obiettori di coscienza: sono giovani, studenti, cittadini che rifiutano l’idea di indossare una divisa per una guerra che non sentono propria.
Altro che migranti arruolabili o "esercito europeo": qui manca la volontà, non la forza lavoro.
In Francia si moltiplicano le proteste. In Olanda, i sondaggi mostrano sempre più sfiducia. Ma l’Italia continua a dire sì, a ogni costo, senza alcun dibattito, senza nemmeno un voto parlamentare degno di questo nome.
Siamo al paradosso totale.
Un Paese fuori dall’Unione Europea ci detta l’agenda, ci chiede di pagare tutto, decide su cosa dobbiamo investire, cosa dobbiamo confiscare, quanto dobbiamo sacrificare.
E noi?
Obbediamo. Paghiamo. E restiamo in silenzio.
Nel nome della pace, ci stanno portando verso la bancarotta.
Nel nome della sicurezza, ci chiedono di smontare ogni altra voce del bilancio pubblico.
Nel nome della libertà, ci impongono vincoli che nessuno ha scelto.
Ma se non troviamo ora il coraggio di dire no,
quando lo troveremo?
Quando i soldi saranno finiti? Quando sarà troppo tardi? Quando i nostri figli ci chiederanno:
“Perché avete sacrificato tutto?”
Noi, almeno, abbiamo deciso di dirlo oggi.
Basta.

