di Monica Vendrame
Il rinvio al 2026 del blocco dei diesel Euro 5 nel Bacino Padano non è un “via libera all’inquinamento”, come sostengono alcune associazioni ambientaliste, ma il riconoscimento di una verità che in molti fingevano di ignorare: la transizione ecologica non può scaricarsi tutta sulle spalle di chi lavora o semplicemente non può permettersi un’auto nuova.
Parliamo di circa 4 milioni di veicoli ancora in circolazione, molti dei quali utilizzati da artigiani, pendolari, piccole imprese e famiglie. Chiedere loro di cambiare mezzo entro pochi mesi, senza incentivi credibili e con un mercato dell’usato distorto dai rincari post-pandemia, non è solo miope: è profondamente ingiusto.
Il blocco, lo ricordiamo, non è stato abolito ma posticipato di un anno – dal 1° ottobre 2025 al 1° ottobre 2026 – e riguarderà solo le grandi città (oltre 100.000 abitanti) di quattro Regioni del Nord: Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Non tutto il Paese, dunque. E non tutto il Nord, neppure. Una misura selettiva, pensata per combattere i picchi di PM10 e PM2.5 nei mesi invernali, che però dovrà convivere con la complessità economica e sociale di questi territori.
Certo, il tema ambientale è serio e non può essere continuamente rimandato. Ma la lotta allo smog non si fa con divieti generici e punitivi. Si fa potenziando i trasporti pubblici, investendo nella mobilità elettrica, promuovendo incentivi reali per la sostituzione dei veicoli più obsoleti. E soprattutto si fa coinvolgendo chi le città le abita, non calando decisioni dall’alto.
In questo senso, il rinvio deciso dal Governo – pur criticabile sotto alcuni aspetti – ha un pregio evidente: riporta la questione nel perimetro del possibile. Dà tempo alle Regioni di studiare soluzioni alternative. E riconosce che non è il diesel il male assoluto, come si è voluto far credere, ma l’assenza di una visione integrata della mobilità e della qualità dell’aria.
In fondo, per milioni di automobilisti con un Euro 5 ancora efficiente e ben tenuto, è un pensiero in meno. E forse un po’ più di giustizia. Ambientale, sì. Ma anche sociale.

