di Massimo Reina
Nel 2024, secondo Istat, Save the Children e Caritas, 1 milione e 250 mila bambini italiani vivono in condizioni di povertà assoluta.
Non “relativa”, non “temporanea”, ma assoluta. Vuol dire che non mangiano abbastanza, o mangiano male. Che in molte periferie – da Milano a Napoli, da Palermo a Roma – un bambino su tre cresce in un contesto di disagio economico cronico, dove un regalo di compleanno è un lusso, e un paio di scarpe decenti un evento.
Uno su dieci non ha accesso regolare a una dieta equilibrata. L’abbandono scolastico, nel Sud, supera abbondantemente il 20%. Stiamo crescendo una generazione che non conosce neanche il sapore della dignità, ma si abitua in fretta a quello dell’umiliazione. Bambini che non hanno mai visto una torta con le candeline, ma hanno già imparato a vergognarsi dei loro vestiti. A scuola si nascondono. A casa non si riscaldano.
Nel frattempo, però, l’Italia invia armi a Kiev, rifinanzia le missioni NATO, sigla nuovi accordi con i fabbricanti di morte e – udite udite – aumenta la produzione bellica interna. Perché il business della guerra, si sa, non conosce recessione. E l’Europa dei “valori” non batte ciglio: i bambini italiani* possono pure crepare di fame, purché Zelensky riceva puntualmente i suoi lanciarazzi.
Perché l’Ucraina “va difesa fino all’ultimo ucraino”. In Italia, dove il carovita ha trasformato i supermercati in trincee, i soldi per gli armamenti spuntano come funghi in autunno. Ma quando si tratta di bambini italiani, quelli in carne e ossa, niente da fare. Muti. Distratti. Oppure pronti a spiegarti che “non si può fare tutto”. Già: missili sì, merende no.
E allora la domanda è semplice, brutale, necessaria: che razza di democrazia è quella che spende miliardi per far saltare i ponti a Mariupol, ma lascia i suoi bambini senza uno zaino, una visita medica, un posto sicuro dove crescere? Che cos’è questa civiltà che fabbrica bombe intelligenti e cittadini ignoranti, missili teleguidati e giovani senza guida, cacciabombardieri da 80 milioni e scuole che crollano?
Ce lo spiega la cronaca: è la civiltà dell’ipocrisia. Quella che si indigna per la fame in Africa, e poi fa la fame in periferia. Quella che esalta la resistenza ucraina, ma lascia soli i bambini italiani con madri depresse, padri violenti, insegnanti stremati e servizi sociali al collasso. Quella che pretende di esportare la democrazia col cannone, e intanto calpesta ogni giorno quella interna, con il silenzio, la disattenzione, la miseria pianificata.
È l’Europa che arma, non che sfama. In Germania, dove l’inflazione corre e i cittadini si coprono con due maglioni per non accendere i termosifoni, il governo “progressista” trova i miliardi per Zelensky. L’Italia che finanzia carri armati, non carrozzine. Un continente che si proclama “baluardo dei diritti” mentre lascia i suoi figli crescere nella vergogna, nella solitudine, nel gelo. La vera guerra, oggi, non è solo in Ucraina. È nelle camerette spoglie dove un bambino guarda la muffa sul soffitto e si chiede se è normale non aver mai avuto un giocattolo nuovo. È nelle scuole senza riscaldamento. È nei frigoriferi vuoti. È nei cuori svuotati.
Chi lascia che questo accada non è uno Stato - e in tal senso il riferimento è anche per le cosiddette opposizioni, PD in testa, più impegnati a sfilare ai cortei e a elemosinare Like sui social, che a fare qualcosa di concreto, se non appoggiare sottobanco anche “lei” la corsa alle armi - è un’industria della colpa. E chi osa ancora parlare di “democrazia occidentale” dovrebbe avere il coraggio di guardare in faccia questi bambini e spiegare loro perché li abbiamo condannati a un’esistenza da scarti. Non per mancanza di fondi. Ma per scelta. Pianificata, precisa, spietata. Una scelta da cui – se esistesse ancora la decenza – dovremmo soltanto imparare a vergognarci.
*: per “bambini italiani” si intendono tutti quelli che vivono e crescono in Italia, senza distinzioni di origine o cittadinanza. Essere italiani non dipende dal sangue, ma dalla vita che si condivide ogni giorno in questo Paese.

