di Monica Vendrame
C’è un dettaglio curioso nella guerra ucraina che in Europa si fa sempre più fatica a ignorare: il continente paga il conto, ma le decisioni sembrano prenderle altri. E spesso con un tono che non è più quello della richiesta, ma dell’ordine.
Da mesi il presidente ucraino Volodymyr Zelensky parla ai governi europei come se fossero filiali amministrative di Kiev: rimprovera, pretende, minaccia di conseguenze politiche chi rallenta i finanziamenti e tratta gli alleati come se fossero debitori in ritardo con le rate. Il paradosso è che questi “debitori” sono gli stessi Paesi che hanno svuotato arsenali, trasferito miliardi e accettato sanzioni che hanno colpito prima di tutto le loro economie.
È la prima volta nella storia recente che un continente finanzia una guerra e nel frattempo accetta di essere trattato come il problema.
L’Europa trasformata in bancomat
Da tre anni l’Unione europea manda armi, soldi e sostegno politico all’Ucraina.
Arsenali svuotati.
Decine di miliardi trasferiti.
Industria militare riattivata.
Il risultato, però, non è la fine della guerra ma il suo contrario: bombardamenti quotidiani, droni, fronti congelati e una prospettiva di negoziati sempre più lontana.
E mentre il conflitto continua, l’Europa si scopre nel ruolo meno nobile di tutti: il finanziatore senza potere decisionale.
Il riarmo europeo che spacca l’Europa
Adesso, come se non bastasse, arriva anche il nuovo piano di riarmo europeo: il programma SAFE, un fondo da circa 150 miliardi che permetterebbe ai Paesi membri di indebitarsi per comprare armi — spesso dall’industria americana — e continuare ad alimentare lo sforzo bellico.
Sulla carta è la risposta alla “minaccia russa”.
Nella pratica rischia di essere un gigantesco piano di debito per comprare armamenti.
Non a caso perfino la Polonia, uno dei Paesi più ostili a Mosca, ha iniziato a frenare. Il presidente polacco ha bloccato la partecipazione al programma sostenendo che quel meccanismo rischia di trasferire troppo potere a Bruxelles e di compromettere la sovranità economica nazionale.
Tradotto: persino chi fino a ieri chiedeva più guerra ora inizia a chiedersi dove stia portando questa strategia.
Il paradosso energetico
Poi c’è la questione energetica, che rasenta il teatro dell’assurdo.
L’Europa ha rinunciato al gas e al petrolio russi pagando l’energia molto più cara. Una scelta politica che avrebbe dovuto isolare Mosca.
Peccato che nel frattempo il resto del mondo continui a comprare quelle stesse risorse — spesso rivendute indirettamente all’Europa stessa.
E la ciliegina sulla torta è arrivata dagli Stati Uniti: per stabilizzare i mercati energetici, Washington ha iniziato ad allentare alcune restrizioni sul petrolio russo.
In altre parole: quando il prezzo dell’energia sale troppo, il pragmatismo torna improvvisamente di moda.
Tranne in Europa.
Il caso italiano
Dentro questo scenario l’Italia resta rigidamente allineata alla linea più dura.
Il governo guidato da Giorgia Meloni continua a sostenere il boicottaggio energetico verso Mosca anche mentre altri Paesi iniziano almeno a discutere di possibili correttivi.
Il rischio è evidente: difendere una posizione ideologica mentre l’industria paga bollette sempre più alte e la competitività europea si sgretola.
Il ricatto energetico tra alleati
La situazione diventa ancora più grottesca con l’oleodotto Druzhba pipeline, una delle principali infrastrutture che portano petrolio russo in Europa centrale.
Ungheria e Slovacchia accusano Kiev di non voler riaprire completamente la condotta che attraversa il territorio ucraino, fondamentale per il loro approvvigionamento energetico.
Bruxelles ha perfino proposto una missione di ispezione per verificare lo stato dell’infrastruttura. Ma la risposta di Kiev continua a tardare.
Il risultato è che due Paesi europei rischiano una crisi energetica mentre l’Europa continua a finanziare chi controlla il rubinetto.
La guerra che divide l’Europa
La verità è che la guerra in Ucraina non sta solo logorando il fronte militare.
Sta logorando l’Europa stessa.
Paesi divisi sul riarmo.
Governi in difficoltà per i costi energetici.
E un conflitto che, dopo anni, non mostra alcuna prospettiva di soluzione.
Nel frattempo Kiev continua a chiedere più armi, più soldi e più sacrifici — spesso accompagnando la richiesta con il tono di chi non accetta obiezioni.
Il conto che arriverà
Prima o poi qualcuno dovrà dirlo apertamente.
Un continente che paga la guerra ma non decide come finirà, che si impoverisce mentre finanzia il conflitto e che si divide politicamente mentre sostiene uno dei protagonisti della guerra, non sta rafforzando la propria posizione geopolitica.
Sta semplicemente pagando il prezzo più alto.
E quando arriverà il momento di fare i conti, la domanda sarà inevitabile:
come è stato possibile che l’Europa diventasse il finanziatore, il bersaglio politico e il grande perdente economico della stessa guerra?

