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di  Monica Vendrame

 

L’Europa minaccia la guerra prima ancora della pace.

È questo il paradosso che emerge alla vigilia dell’ennesimo round di colloqui tra Russia e Ucraina: si parla di intervento militare diretto in caso di violazione di un cessate il fuoco che non è stato firmato, né definito, né concordato. Non esiste un accordo, ma esistono già le minacce. Non esiste una tregua, ma esistono già le ritorsioni.

In diplomazia, è un rovesciamento della logica. In politica, è un segnale inquietante.

Secondo quanto riportato dal Financial Times, l’Europa e gli Stati Uniti avrebbero concordato una risposta militare coordinata nel caso in cui la Russia violasse ripetutamente un futuro cessate il fuoco. Il problema non è solo il contenuto di questa ipotesi, ma il suo presupposto: si stabiliscono le conseguenze prima delle regole, le punizioni prima dell’intesa, lo scenario di guerra prima di quello di pace.

È una costruzione fragile, che espone il continente a un rischio enorme. Perché in un conflitto ancora aperto, senza linee condivise e senza meccanismi di verifica solidi, l’incidente non è un’eccezione: è una possibilità strutturale. Trasformarlo in una clausola automatica di escalation significa accettare l’idea che la guerra possa allargarsi per un errore, una provocazione o una lettura unilaterale dei fatti.

L’Europa sembra ignorare un dato elementare: non dispone di una forza militare unitaria, né di una catena di comando politica coerente. Chi dovrebbe intervenire, in concreto? Con quali eserciti, con quali tempi, con quali regole d’ingaggio? E soprattutto: con quale consenso delle opinioni pubbliche nazionali, che non sono mai state realmente chiamate a pronunciarsi su una guerra diretta contro la Russia?

Evocare una “coalizione dei volenterosi” serve a colmare il vuoto del discorso, non quello della realtà. È una formula che nasconde più di quanto spieghi, e che scarica sul futuro decisioni che nessuno sembra voler assumere oggi.

C’è poi un’altra contraddizione, ancora più profonda. La Russia ha invaso l’Ucraina anche per impedire l’allargamento della NATO verso est. Oggi, mentre si dice di voler trattare, l’Europa continua a proporre come garanzia di sicurezza proprio ciò che Mosca considera inaccettabile: il coinvolgimento diretto o indiretto dell’Alleanza Atlantica. Non è una concessione, è una provocazione diplomatica.

In questo contesto si inseriscono segnali politici sempre più espliciti, come la visita non annunciata a Kiev del segretario generale della NATO. Gesti simbolici forti, certo. Ma anche messaggi che spingono il conflitto un passo più in là, mentre i nodi centrali restano irrisolti.

L’Europa sembra aver scelto una strada pericolosa: parlare di pace mantenendo un linguaggio di guerra. Minacciare per negoziare, intimidire per trattare, anticipare lo scontro mentre si finge di cercare un accordo. È una strategia che non rafforza la diplomazia, la svuota.

Forse sarebbe stato più onesto dire che non si è pronti a negoziare davvero. Che la guerra deve continuare, e che le sue conseguenze saranno accettate. Invece si preferisce costruire un racconto fatto di tregue future, violazioni ipotetiche e interventi automatici. Una narrazione che serve soprattutto a diluire le responsabilità, non a fermare il conflitto.

Ma la storia insegna che le guerre non iniziano solo con le invasioni. A volte iniziano molto prima, quando si normalizza l’idea che un’escalation sia inevitabile. O peggio: necessaria.

 

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Info Autore
Monica Vendrame
Author: Monica Vendrame
Biografia:
Vive a Pegli, affacciata sul mare di Genova. Direttrice editoriale del quotidiano online La Voce agli Italiani, redattrice de "La Voce del Savuto", unisce rigore giornalistico e sensibilità umana, occupandosi di attualità, cultura e temi sociali. Vicepresidente dell’Associazione culturale Atlantide, promuove eventi e progetti dedicati all’arte e alla parola. Scrittrice e poetessa, sta lavorando al suo primo volume di liriche. Ama la fotografia, la lettura, l’arte in ogni forma e ha uno sguardo attento alle sfumature della vita.
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