di Massimo Reina
Nella pletora di notizie che infestano il panorama mediatico occidentale — e chiamarle “articoli” suona ormai come una bestemmia — il capitolo ucraino meriterebbe una sezione a parte nei manuali di comicità involontaria.
Non siamo più nel campo dell’informazione, ma in un talent show della propaganda dove vince chi la spara più grossa, più fantasiosa, più insultante per l’intelligenza umana.
L’ultima perla: i missili ipersonici Kinzhal di Putin abbattuti… con una canzone. Avete capito bene. Non con sistemi antimissile, non con radar sofisticati, ma con una trappola elettronica musicale. Una specie di concerto anti-aereo. Forse Sanremo nella variante NATO.
Dopo il gatto ucraino eroico, deportato dai russi e poi fuggito come un partigiano a quattro zampe verso il suo padrone, dopo i soldati nordcoreani che invece di combattere passavano le giornate a guardare video porno sui cellulari, e dopo i nazisti del battaglione Azov improvvisamente riscritti come paladini della democrazia e novelli GAP della Resistenza, adesso scopriamo che la guerra moderna si combatte a colpi di Spotify.
Aspettiamo con ansia il prossimo bollettino missili fermati a rutti, carri armati bloccati da peti strategici, droni abbattuti grazie all’auto-tune patriottico. Il tutto, ovviamente, spiegato da “esperti militari” che fino al giorno prima recensivano frullatori su YouTube.
La propaganda antirussa non ha solo toccato il fondo: ha cominciato a scavare. E ogni colpo di pala è più rumoroso del precedente.

