di Massimo Reina
Ormai contare i morti non basta più.
O meglio: contarli è diventato un gesto automatico, meccanico, come leggere le previsioni del tempo o il bollettino della borsa. Oggi +78. Domani +103. Dopodomani, chissà. Colonne di bambini strappati a metà, madri che stringono sacchi neri, padri che scavano a mani nude tra le macerie per recuperare quel che resta di un figlio. Ma, si sa, quando i morti sono arabi, il mondo conta distratto. A tratti, persino infastidito.
Benvenuti nella contabilità dell’orrore. Benvenuti a Gaza
Una volta, per compiere un massacro, bisognava almeno avere la decenza di negarlo. Oggi no. Si fa alla luce del sole. Si bombarda un ospedale, si colpisce una scuola, si mitraglia la folla affamata che corre verso un camion di aiuti — e poi si dà la colpa al caos. O al Hamas invisibile di turno. Ma se a dirlo, che non è un incidente, ma una strategia, è Haaretz — che non è Al Jazeera, ma un quotidiano israeliano con giornalisti israeliani e lettori israeliani — allora la faccenda assume contorni ben più neri di quanto la propaganda vorrebbe.
Già, perché Haaretz scrive ciò che in Europa si preferisce ignorare: che l’uccisione sistematica di civili palestinesi in cerca di aiuti è parte di una politica deliberata dell’esercito israeliano. Non un errore. Non una fatalità. Ma una scelta.
E qui il cortocircuito è totale. Perché a denunciare questa barbarie non sono “i soliti antisemiti”. No, qui a gridare “basta” sono ex generali dell’IDF, agenti dello Shin Bet, ex premier israeliani, famiglie di ostaggi israeliani, sopravvissuti alla Shoah, giuristi ebrei, medici israeliani, rabbini con lo yarmulke in testa e la vergogna negli occhi. Gente che ha servito quello Stato con onore. Gente che non sopporta più di vederlo rotolare nel sangue.
Israele macchina disumana dell’orrore
Il governo Netanyahu, invece, prosegue imperturbabile. Si è trasformato in una macchina cinica e disumana: un mix letale di fanatismo, calcolo elettorale e vendetta tribale. Ma soprattutto, in un boia col volto occidentale che ha ottenuto un lasciapassare morale perché parla inglese e si definisce “democrazia”. Come se fosse la lingua, e non le bombe, a definire la civiltà.
Intanto, gli Stati Uniti giocano a fare gli equilibristi tra forniture di armi e dichiarazioni “preoccupate”, l’Europa balbetta indignazione con la stessa convinzione di un impiegato delle poste il lunedì mattina, e l’Italia — figuriamoci — si preoccupa solo che il Ministro Crosetto non venga svegliato con un drone alla prostata.
E così, giorno dopo giorno, Gaza sprofonda. Una volta erano case. Poi sono diventate macerie. Ora sono crateri. E forse domani saranno solo ceneri. Israele potrebbe anche riuscire a “eliminare” i palestinesi — parola orwelliana che oggi si traduce in sterminio. Ma il prezzo sarà incalcolabile. Perché nessuno dimentica un genocidio in diretta. Perché il sangue ha memoria. E perché la comunità internazionale, quando si sveglierà (se mai lo farà), scoprirà di essere stata complice.
C'è un dato che neanche il più fedele dei portavoce di Netanyahu può smentire: l’antisemitismo, quello vero, quello schifoso, non si combatte a colpi di missili su campi profughi. Anzi: si alimenta. Per ogni bambino sepolto vivo a Khan Younis, per ogni dottore sgozzato in corsia, per ogni convoglio mitragliato, cresce nel mondo un odio cieco che non distingue più tra Israele e ebraismo. E questo è un danno irreparabile anche per quegli israeliani ed ebrei onesti che stanno gridando la verità, nell’indifferenza generale, tra i fumi dell’inferno.
Il mondo tace. L’Occidente guarda altrove. E mentre i palazzi crollano, resta solo la voce rauca dei giusti. Quelli veri. Che dicono: non in mio nome. Non con il mio silenzio.

