di Massimo Reina
Doveva essere un film. Un reboot, come si dice oggi.
Un ritorno alle origini, ma con lo sguardo puntato sui nostri tempi. E invece è diventato un caso geopolitico. L’ennesimo. Il nuovo Superman, diretto da James Gunn, ha avuto l’ardire — anzi, l’impudenza — di raccontare una storia di resistenza, sopraffazione, occupazione e genocidio.
Una metafora? Forse. Una denuncia universale contro le guerre ingiuste? Probabile. Ma tanto è bastato perché dalle sacre scrivanie della stampa israeliana e dei suoi alleati occidentali (cioè la quasi totalità dei media mainstream), si levasse il grido: “Superman è anti-Israele!”.
Superman non è antisemita: è antigenocidio
Sì, avete capito bene. Non perché nel film si parli di Israele — non succede. Non perché venga citata Gaza, o Cisgiordania, o l’esercito più morale del mondo che bombarda ospedali. No, non c’è nulla di questo “direttamente”. No, la colpa del povero Clark Kent è quella di schierarsi — udite udite — contro la violenta occupazione militare di uno Stato autoritario ai danni di una popolazione innocente e indifesa. E in questa frase, la lobby del vittimismo eterno ci ha visto un attacco diretto. Come dire: ce l’avete con noi, quindi avete torto.
Peccato che non sia Superman ad avercela con Israele, ma semmai sia Israele ad avercela con sé stessa. Quella Israele che bombardava Gaza anche mentre il mondo si faceva i selfie a Capodanno. Quella Israele che da mesi stermina civili, radendo al suolo intere città con la stessa disinvoltura con cui si asfaltano le strade. Quella Israele che ha trasformato i principi fondanti dello Stato — democrazia, giustizia, umanità, ebraismo spirituale — in una macelleria a cielo aperto protetta da scudi di propaganda.
E allora no, Superman non è antisemita. Non è neanche anti-israeliano. È semplicemente anti-genocidio. E questo, lo capisce anche un bambino col mantello rosso. Ma non lo capisce chi, da anni, confonde il dissenso con l’odio, la critica con la persecuzione, e l’appello alla pace con una dichiarazione di guerra.
Il punto è che oggi basta accennare all’occupazione militare per essere etichettati come "contro". Contro chi? Contro cosa? È Israele, semmai, lo ribadisco, ad essere diventato anti-sé stesso, tradendo quegli ideali di libertà e tolleranza con cui voleva ispirare il Medio Oriente. E allora, se Superman oggi combatte per la verità e la giustizia, fa semplicemente ciò che ha sempre fatto: si schiera con chi non ha missili, con chi non ha bunker, con chi non ha voce.
Ma ormai non va bene, deve obbedire e combattere. Il paradosso, semmai, è che a indignarsi per un film di supereroi siano i soliti editorialisti blindati, mentre tacciono davanti ai video dei bambini dilaniati a Rafah, ai medici morti sotto le macerie a Khan Younis, e alle fosse comuni scoperte negli ospedali. Ma guai a dirlo: altrimenti sei un cripto-antisemita. E allora Superman deve stare zitto. Deve salvare gattini, inseguire ladri di banche, ma non osare sfiorare la realtà. Quella, ormai, è territorio vietato. Occupato, appunto.

