di Massimo Reina
Come ogni volta che Donald Trump annuncia una decisione internazionale, c’è da chiedersi se stia parlando sul serio o se stia solo cercando di vendere il prossimo cappellino con la scritta MAKE UNESCO HATE ITSELF AGAIN.
E invece è tutto vero: secondo quanto riportato dal New York Post, e confermato da un portavoce alla Casa Bianca in una soleggiata dichiarazione fatta al Washington Post, gli Stati Uniti si ritirano dall’UNESCO. Motivo? Troppo woke, troppo palestinese, troppo cinese. Insomma, troppo ONU.
Dopo la “revisione di 90 giorni” ordinata a febbraio per scovare “sentimenti antisemiti e anti-israeliani” (non si sa bene se tra le colonne doriche del Partenone o in una classe di poesia araba), Trump ha deciso: fuori dall’UNESCO. Via da quell’organismo che ha la colpa di promuovere — testuali parole — “cause culturali e sociali woke e divisive”. Già. Perché la diversità, l’equità e l’inclusione sono, evidentemente, il male. Mentre bombardare mezzo pianeta in nome della libertà è buon senso.
La vice portavoce della Casa Bianca, tale Anna Kelly, ha spiegato con tono rassicurante da cheerleader della CIA: "Il presidente Trump metterà sempre l’America al primo posto e garantirà che l’adesione del nostro Paese a tutte le organizzazioni internazionali sia in linea con i nostri interessi nazionali."
Tradotto: se un organismo internazionale non applaude a Netanyahu, non bombarda Rafah, e non vieta agli afroamericani di studiare filosofia, è contro gli Stati Uniti.
Il ritorno all'isolazionismo americano
Che Trump detesti tutto ciò che è multilaterale lo sapevamo da tempo. Ma il bello è che l’UNESCO non è la Commissione Sovietica per la Propaganda Palestinese, è il braccio culturale delle Nazioni Unite, quello che si occupa di patrimoni dell’umanità, educazione, scienza, libertà di stampa, dialogo interculturale. Roba pericolosa, si capisce.
Mica come il Pentagono, che esporta democrazia a suon di cluster bomb. O come la lobby delle armi, che finanzia campagne elettorali per tutelare il diritto costituzionale all’omicidio con giustificazione preventiva.
UNESCO woke? Ma svegliatevi voi
Nel vocabolario trumpiano, “woke” è il nuovo “comunista”. È il termine jolly usato per definire tutto ciò che non è bianco, maschio, armato e religioso nella maniera giusta (quella americana, ovvio). Che l’UNESCO promuova educazione inclusiva, parità di genere, tutela del patrimonio culturale anche in territori “sensibili” come la Palestina… è un crimine.
Che invece l’esercito israeliano abbia raso al suolo un buon numero di siti protetti dall’UNESCO a Gaza, quelli sono danni collaterali per il bene dell’Occidente. E guai a dire che i cinesi stanno guadagnando terreno nelle agenzie ONU anche perché gli USA se ne vanno sbattendo la porta ogni tre per due. No. Il problema non è la Cina. Il problema è che qualcuno all’UNESCO ha osato riconoscere la Palestina come membro nel 2011. Uno smacco imperdonabile alla diplomazia da fast food americana.
E quei 600 milioni buttati?
Giusto per memoria storica, Biden nel 2023 aveva fatto rientrare gli USA nell’organizzazione. Perché? Per evitare che la Cina ne prendesse il controllo totale. E si era persino impegnato a ripagare 600 milioni di dollari di quote associative arretrate. Quindi ora, grazie a Trump, gli Stati Uniti si ritirano da un’agenzia ONU che hanno appena pagato, come un turista che butta la chiave dell’albergo appena salito in stanza.
C’è una coerenza folle in tutto questo. L’America trumpiana si vuole sola, arrogante, miope e armata fino ai denti. Chi legge, studia, cerca di capire il mondo — magari attraverso l’UNESCO — è un pericolo.
Chi protegge il patrimonio culturale siriano o iracheno è un debole.
Chi dice che la Palestina è un problema è un woke.
E chi si oppone a tutto ciò… è un nemico da schedare.
Trump non vuole l’UNESCO. Trump vuole l’USESCO: Unilateral States for Ego, Supremacy and Cultural Oblivion. Una bella agenzia delle Nazioni Unite che invece di proteggere i patrimoni dell’umanità, li bombarda, li censura e ci costruisce un centro commerciale sopra. Perché si sa, tra un tempio buddista e un burger di Texas barbecue, la libertà made in USA è una sola: quella di non dover mai imparare nulla dagli altri.

