di Massimo Reina
Tre morti, nove feriti, tra cui un prete. Un altro colpo alle fondamenta, ma stavolta non quelle metaforiche della pace, bensì di una chiesa cattolica.
Sì, proprio una chiesa, quella della Sacra Famiglia di Gaza, che ospita sfollati, anziani, e chi ha ancora la fede di pensare che esista un rifugio sicuro persino sotto le bombe.
Israele, con la consueta flemma del cinico in giacca e cravatta, liquida tutto con la formula magica: “errore di tiro”. Come se stessimo parlando di una buca nel green da golf, e non di una custode di 60 anni e di una donna di 84 ammazzate sul colpo mentre ricevevano assistenza.
C'è qualcosa di stonato, di immondo, in questo balletto di parole. Quando a colpire è Hamas, il mondo s'indigna, si genuflette a Tel Aviv e invoca “lo Stato che ha diritto a difendersi”.
Quando a colpire è Israele, e a morire sono anziane, suore, preti, ci si rifugia nel vocabolario dell’ambiguità: “errore”, “tragico incidente”, “colpa del contesto”.
Tajani balbetta che “serve fare luce”, come se la luce non ci fosse già: una bomba ha colpito una chiesa. Punto.
E mentre la premier Meloni sussurra che “gli attacchi ai civili sono inaccettabili” — ma con il tono di chi commenta l’inflazione e non un crimine di guerra — a distanza di un paio di giorni il resto del mondo tace e l’ambasciata israeliana probabilmente sta già preparando l’ennesimo comunicato per dire che dietro l’altare era nascosto un terrorista, o che nella navata centrale si celava un razzo.
Sì, perché funziona così: chi muore è sempre colpevole. Anche da morto. Soprattutto da morto.
Il Patriarcato di Gerusalemme, uno dei pochi con ancora un briciolo di spina dorsale, parla chiaro: non è la prima volta che ci colpiscono.
Già, perché non è mai la prima volta. È sempre la centesima, la millesima, la stessa storia con un altro funerale, un’altra scusa, un’altra ipocrisia in mondovisione.
E allora proviamo a immaginare — per gioco, per empatia, per un briciolo di dignità — se a essere colpita fosse stata una sinagoga, da parte di un paese arabo.
Il mondo sarebbe in fiamme. Titoli cubitali. Vertici straordinari. Liste nere. Sanzioni automatiche.
Ma quando accade a Gaza, a una chiesa cattolica, nell’indifferenza di papa, governi e vescovi troppo occupati a commentare Sanremo o le unioni civili, allora si può archiviare come “errore di tiro”.
Questa non è guerra. È vigliaccheria mascherata da autodifesa. È occupazione travestita da diritto. È terrorismo con lo stemma dello Stato.
Non bastavano i 37.000 morti, i bambini sotto le macerie, le fosse comuni nei cortili degli ospedali.
Ora pure le chiese. Pure gli ultimi luoghi dove si credeva che l’uomo potesse restare uomo.
Ma tranquilli. La NATO, l’Europa, l’Occidente democratico sono troppo occupati a difendere la “libertà d’Israele” per accorgersi che stiamo seppellendo la nostra.
Amen.

