In Italia basta poco perché un insegnante diventi prima un simbolo e poi un bersaglio.
Negli ultimi giorni è successo a Vincenzo Schettini, il professore di fisica diventato popolare sui social con il progetto La fisica che ci piace. Alcuni video e testimonianze hanno sollevato dubbi sul modo in cui utilizza i social, le dirette online e altre attività digitali con gli studenti. Da lì, come spesso accade nell’ecosistema dei social network, la discussione si è trasformata rapidamente in una tempesta: accuse, repliche, indignazioni e processi sommari.
Il meccanismo è ormai noto. Internet costruisce un personaggio, lo applaude e poi improvvisamente lo mette sul banco degli imputati. In mezzo resta ben poco spazio per la misura.
Naturalmente, se alcuni comportamenti fossero stati davvero inappropriati, è giusto discuterne. Un insegnante non è un comunicatore qualunque: ha una responsabilità educativa evidente e deve mantenere un equilibrio particolare nel rapporto con gli studenti. Ma la velocità con cui la polemica si è trasformata in una sorta di processo pubblico racconta anche qualcos’altro: la difficoltà con cui la scuola italiana guarda a chi prova davvero a cambiare linguaggio.
Perché figure come Vincenzo Schettini hanno un merito che è difficile ignorare. Hanno provato a rompere la monotonia comunicativa della scuola italiana. In un sistema spesso ingessato, vedere un docente capace di parlare la lingua dei ragazzi, usare video, musica, social e divulgazione è quasi una rarità. Questo non significa che ogni sperimentazione sia automaticamente giusta, né che un insegnante mediatico sia necessariamente un buon insegnante. Ma significa che liquidare tutto con sarcasmo o moralismo è una scorciatoia.
Schettini non è diventato noto per caso. Il successo dei suoi video nasce da un’operazione molto semplice e allo stesso tempo rara: spiegare una materia difficile con entusiasmo, con passione e con un linguaggio che gli studenti riconoscono come contemporaneo. Per generazioni di ragazzi la fisica è stata percepita come una disciplina distante, quasi ostile. La divulgazione digitale ha provato a colmare quel divario.
Questo tipo di operazione viene spesso invocato nei convegni sulla didattica: bisogna avvicinare i giovani, bisogna innovare, bisogna parlare la loro lingua. Poi, quando qualcuno lo fa davvero, scatta immediatamente la diffidenza. Il docente che diventa troppo visibile, troppo popolare o troppo mediatico comincia a essere percepito come sospetto.
È una contraddizione tipicamente italiana.
Da una parte si chiede alla scuola di rinnovarsi, di usare nuovi strumenti, di entrare nel mondo digitale. Dall’altra si continua a coltivare un’immagine quasi sacrale dell’insegnante: austero, discreto, invisibile fuori dall’aula. Quando queste due aspettative si scontrano, la reazione è spesso la stessa: prima l’entusiasmo, poi il sospetto.
Il vero nodo, però, non riguarda un singolo professore. Riguarda la difficoltà cronica del sistema scolastico italiano ad affrontare il cambiamento.
Gli studenti vivono immersi in un universo digitale fatto di video, piattaforme, social network e linguaggi visivi. La scuola invece continua a oscillare tra due atteggiamenti opposti: l’entusiasmo superficiale per ogni novità tecnologica e il rifiuto nostalgico di tutto ciò che appare troppo moderno. Raramente sceglie la strada più difficile: studiare seriamente questi strumenti e integrarli con criteri pedagogici chiari.
Così ogni esperimento diventa automaticamente un caso.
La vicenda Schettini, in questo senso, non dimostra che innovare sia sbagliato. Dimostra piuttosto che il sistema non ha ancora imparato a governare l’innovazione quando arriva davvero.
E trasformare tutto in una gogna mediatica è il modo più semplice — e più sterile — per evitare la domanda più importante: se la scuola italiana voglia davvero educare nel presente o continuare a difendere, con crescente fatica, un passato che non esiste più.

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