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Antonio Gramsci (22/1/1891 - 27/4/1937), di cui ricorre quest'anno il 130° anniversario della nascita, fa parte di quel gruppo di grandi personalità che, in un intreccio di impegno intellettuale e impegno politico, hanno dominato una porzione rilevante della nostra storia. Per la statura e l’importanza del suo impegno intellettuale e politico, infatti, è considerato uno tra le maggiori figure della prima metà del Novecento italiano.

Nato ad Ales, in Sardegna, si trasferì a Torino nel 1911, dove intraprese gli studi universitari (non terminati), iscrivendosi nel 1913 al Partito socialista. Nel 1919 fondò il settimanale L’ordine nuovo. Giudicando il Partito socialista incapace di avviare e portare a compimento il processo rivoluzionario marxista, a cui Gramsci teneva tanto, partecipò nel 1921 alla fondazione del Partito Comunista d’Italia (Livorno, 21 gennaio 1921), di cui ricorre oggi il Centenario della fondazione, e di cui nel 1924 divenne il segretario. In quell’anno fondò il quotidiano L’Unità e venne eletto deputato. Fervente rivoluzionario ed antifascista, pagò con il duro carcere, fino alla morte, avvenuta a Roma nel 1937, la sua scelta di netta opposizione alla dittatura del fascismo. Nel novembre del 1926, infatti, fu arrestato dalle squadre di Mussolini e condannato a vent'anni di carcere.

Gramsci e la cultura. Tra i suoi scritti, un posto centrale occupano i Quaderni dal carcere, grande testimonianza della sua forza morale ed umana: esse costituiscono un documento in cui Gramsci espresse tutta la sua viva critica nei confronti della cultura del tempo e la sua grande umanità. Ma fu soprattutto nel suo testo Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura che Gramsci mise a fuoco i problemi del rinnovamento culturale e politico e il suo pensiero sull’educazione e la scuola, considerati fattori essenziali del rinnovamento sociale e della popolarizzazione della cultura.  

Gramsci è uno di quei pensatori, di quegli intellettuali, di quei politici che non è facile etichettare in un preciso ambito disciplinare. Definirlo politico, o storico, o filosofo, o uomo di cultura, o intellettuale impegnato, appare piuttosto riduttivo rispetto alla complessità, alla profondità e all’ampiezza delle sue riflessioni. A maggior ragione se lo guardiamo dal punto di vista pedagogico e, dunque, come un pedagogista, la riduzione categoriale risulta ancora più evidente.

La pedagogia di Gramsci. Gramsci, come sosteneva lo storico e pedagogista M. A. Manacorda, avvertì profondamente il nesso tra pedagogia e politica, e in questo nesso attribuiva alla pedagogia un ruolo determinante per la vita dell’uomo, al pari di quell’altra grande “scienza”, la politica, appunto.

Certo Gramsci non fu un pedagogista nel senso letterale che siamo soliti dare al termine. Tuttavia, è fuor di dubbio che egli ha pieno diritto di cittadinanza anche in questo campo, sia perché si è interessato esplicitamente di pedagogia, sia perché le questioni della pedagogia e della scuola furono connaturati alla sua stessa speculazione intellettuale.

È sicuramente utile, pertanto, a 130 anni dalla sua nascita, riproporre all’attenzione, soprattutto dei giovani, la riflessione gramsciana sotto l’aspetto pedagogico, la quale, se appariva rivoluzionaria all’epoca in cui è stata formulata, altrettanto attuale, e meritevole di attenzione, appare ancora oggi. D’altra parte, quanto fossero importanti per Gramsci la Pedagogia, l’Educazione, la Formazione e la Scuola è cosa abbastanza nota, e su questi aspetti già molto è stato scritto.

Quelle di Gramsci non furono solo riflessioni e idee astratte sull’educazione e la scuola, quanto piuttosto riflessioni filosofiche, politiche  e sociali connaturate alla storicità del momento. La sua, infatti, fu definita, non a caso, “filosofia della praxis”: la prassi, in lui divenne necessità storica dello sviluppo politico e culturale.

Gramsci scavava la realtà, la studiava nel suo profondo, nei suoi aspetti più intimi e reconditi, non accettava banalizzazioni interpretative su di essa. L’ attenzione verso la quotidianità, come fenomeno da analizzare in tutti i suoi aspetti vitali e nella sua complessità, è forse uno dei messaggi più importanti della riflessione gramsciana. Un’attenzione che rappresenta una necessità ancora attuale; un’esigenza avvertita ancora oggi nella nostra attualità, che sfugge ai più nelle sue pieghe più vere e profonde. D’altra parte, è anche vero che oggi la questione educativa è quasi messa tra parentesi, come fenomeno culturale di ampia portata, ed è sempre più lasciata esclusivamente ai tecnici e agli specialisti dell’educazione. Si avverte, pertanto, la necessità di rileggere autori che delle questioni educative ne hanno fatto il punto focale per lo sviluppo della società, e tra questi Gramsci è, senza dubbio, uno tra i più rilevanti.

Il ruolo dell’intellettuale. All’interno delle sue teorizzazioni, Gramsci riserva un’attenzione particolare al ruolo dell’intellettuale organico, distinto e diverso dall’intellettuale tradizionale. Secondo l’accezione gramsciana, l’intellettuale coincide con il principio della formazione umana e il maestro, nel più ampio significato di insegnante, non è chi impartisce semplicemente nozioni, saperi e contenuti astratti, ma è invece colui il quale insegna ad interpretare la realtà sociale e a divenire cittadini liberi e autonomi. Il maestro è, in altri termini, colui che, rappresentando la coscienza critica della società, svolge un ruolo di mediazione tra la società e l’individuo in formazione.

Come si vede, dunque, Gramsci non si riferisce a un’educazione in senso astratto, puramente teorico, quanto piuttosto a un’educazione pratica, operativa, e dunque politica in senso lato.  Anzi, per Gramsci il problema politico diviene problema educativo, tanto che la volontà dello Stato deve essere rivolta ad educare gli educatori e la stessa società. Gramsci perviene così ad una fondazione autenticamente politica del fatto educativo, attraverso non una via teorica, ma richiamandosi alla concretezza della storia, per cui, per esempio, l’analfabetismo non poteva essere debellato solo dalle leggi e dai regolamenti, bensì attraverso l’acquisizione, da parte del popolo, di una cultura in cui l’essere alfabetizzato fosse un bisogno e una necessità imprescindibili. L’educazione e la sua centralità nel processo di evoluzione degli individui, pertanto, nel discorso gramsciano è uno dei fattori fondamentali e si pone come fatto non solo ideologico e politico, ma anche strettamente pedagogico.      

Lo storicismo pratico e rivoluzionario di Gramsci. Gramsci ci ha lasciato un metodo interpretativo della realtà di grande importanza, non solo teorica ma anche pratica: lo storicismo. La versione rivoluzionaria, antidogmatica e anticonservatrice, dello storicismo gramsciano, è una chiave di lettura del presente di grande rilevanza filosofica e scientifica.

Per Gramsci la riflessione sulla storia non deve essere speculativa, ma deve essere, piuttosto, una riflessione vera, concreta, sulla storia che gli uomini vivono ogni giorno. In questo storicismo pratico, che si occupa dell’agire umano nella società, la riflessione pedagogica di Gramsci trova il suo punto di appoggio, il suo fulcro. Non è tanto importante, infatti, riflettere sul concetto astratto di educazione, in quanto ciò produrrebbe una mera speculazione metafisica. Ma è invece “l’educazione presente nella prassi”, cioè quella che “innerva le relazioni”, i “rapporti umani” che deve essere oggetto di studio e di riflessione. Nella storicizzazione il materialismo storico ritrova alimento, liberato da quelle forme ideologiche che lo bloccavano e lo irrigidivano.

Gramsci offre così la possibilità di restituire una dignità scientifica alla pedagogia. La portata rivoluzionaria della sua ortodossia pedagogica consiste nella “mondanizzazione e terrestrità assoluta del pensiero, un umanesimo assoluto della storia” (Quaderni dal carcere). In queste parole riecheggiano i tratti essenziali della “filosofia della prassi”, che per la riflessione pedagogica rappresenta un punto di snodo molto importante.

La pedagogia, nella sua ortodossia di scienza dell’educazione per eccellenza, recupera così l’unificazione tra il pensiero e la prassi educativa. In questo modo si libera delle esasperate forme di “metafisicismo pedagogico” e delle tante forzature empiristiche, o meglio praticistiche, le quali, in nome di una pedagogia dal basso, pretendono di spiegare l’educazione con processi meccanicistici o, nel migliore dei casi, tecnicistici. Pertanto, è un compito e un imperativo molto ambizioso quello che muove dal pensiero pedagogico di Gramsci: la pedagogia deve dialogare con il mondo, solo in questo modo essa potrà aspirare ad essere portatrice di nuova civiltà.

Antropologia gramsciana. Sotto questo aspetto assume particolare rilevanza l’antropologia gramsciana, la quale è portatrice di un nuovo umanesimo e di una nuova dimensione politica dell’educazione. L’uomo gramsciano è l’uomo dell’“immanenza”, non mitizzata, ma vista come un richiamo all’“uomo concreto”, all’uomo storico, all’uomo reale. È da quest’uomo vero, reale, storicizzato, che si può elaborare un progetto educativo “politico”, cioè che punti all’“egemonia” dell’umano e che dia senso al suo agire quotidiano. La pedagogia della prassi diventa così innervata sull’umano e, al tempo stesso, strumento e fine di esso.

Il processo educativo che ne discende è caratterizzato dalla formazione del sé, alimentata dalla cultura “alta”, così come da quella “popolare”, dal rafforzamento della soggettività come espressione dell’identità vera, autentica dell’uomo, dalla importanza del rigore nella strutturazione della personalità, il tutto supportato da una scuola improntata ai valori dell’umano, all’educazione politica dell’uomo, alla sua consapevolezza storica.

Pensiero gramsciano e lettura del presente. Il pensiero “pedagogico” gramsciano, pertanto, attraverso le sue attente e scrupolose analisi, consente di leggere il presente e di cogliere le sue più interne e nascoste dinamiche. Una pedagogia che sappia essere disvelatrice non di verità, ma di punti di criticità dai quali l’uomo può muovere per costruire nuovi percorsi di formazione personale e di relazione sociale. Un uomo rinnovato, che sappia individuare e leggere  la realtà, il vero, che la società porta e trascina con sé e dentro di sé, che sappia intercettare la realtà nella quale è immerso e della quale riesce a svelarne il senso comune.

Da qui l'intuizione gramsciana, riproposta e riattualizzata, della necessità di una “tecnica del pensare” contro il pensiero “liquido”, cioè quel pensiero privo di una logica rigorosa e di solide strutture argomentative, per rafforzare l’argomentare e il dimostrare, nonché il confutare e lo spiegare.

Nell’era attuale, definita a giusta ragione dell’“umanesimo 2.0”, l’educazione deve sollecitare nuovo sapere e nuova conoscenza. E se al tempo di Gramsci la democratizzazione dell’educazione passava attraverso il saper scrivere, il saper leggere e il saper far di conto, oggi, essa si veicola mediante nuovi modelli di insegnamento-apprendimento che, a fronte di sempre più raffinate tecnologie, devono sollecitare nell’uomo nuove espressioni di thaumazein: quel pathos della meraviglia, della passione, dello stupore, “proprio del filosofo”, come scriveva Platone nel dialogo Teeteto attraverso le parole di Socrate, che solo può muovere il mondo.

Gramsci è ormai un “classico” e ogni volta che si riprendono in mano i suoi scritti si resta colpiti dalla sua straordinaria cultura e dall’accuratezza dei suoi studi. A distanza di tanto tempo le sue riflessioni suscitano ancora grande fascino. Quel suo saper cogliere le idee essenziali, quel suo rigore intellettuale e morale, quel suo perseverare nello spirito contro la leopardiana “matrigna natura”, che disfaceva il suo fisico, rappresentano uno dei suoi più veri e grandi insegnamenti: battersi sempre contro tutti e contro tutto per la libertà, principio primo e ultimo dell’educazione. (mp)

Michele Petullà

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Michele Petullà
Author: Michele Petullà
Biografia:
Laureato in "Scienze Politiche e Sociali" presso l'Università di Torino, ho conseguito il Master in "Teoria Critica della Società" presso l'Università Bicocca di Milano ed il Master in "Comunicazione e Cultura" presso l'Università Lateranense di Roma. Ho seguito il Corso di Formazione per "Redattore-Consulente di Casa Editrice" presso l'Agenzia Letteraria "La Bottega Editoriale" di Roma. Sono Giornalista, iscritto all'Ordine dei Giornalisti dal 2010; Sociologo, iscritto all'ASI (Associazione Sociologi Italiani), componente del Direttivo regionale e Addetto Stampa della Deputazione calabrese; Educatore Finanziario AIEF (Associazione Italiana Educatori Finanziari). Sono autore delle seguenti pubblicazioni: "Analisi sociologica dell'Informazione televisiva quotidiana: modelli professionali e routines produttive" (Tesi di Laurea, UniTo); "Un Uomo. Una Storia" (Racconto storico, Adhoc Edizioni); "Dall'Osanna alla Risurrezione" (Saggio, Adhoc Edizioni); "Opinione Pubblica, Stereotipi, Democrazia: il contributo di Walter Lippmann riletto al tempo dei new media" (UniMiB); "Frammenti d'Anima" (Meligrana Editore). Scrittore e autore di poesie, mi occupo in particolare di cultura, attualità e società. Sono interessato allo studio e alla ricerca nel campo delle Scienze sociali ed umane. Amo l'arte in genere ed in particolare la poesia e la musica. Son l'uomo dai mille pensieri, la vita mi mormora parole d'amore e libere le lascio volare, tra la terra ed il cielo!
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