di Fiore Sansalone
È stata attirata con la scusa di un chiarimento e poi picchiata. Non una volta, ma due. Vittima una ragazzina di appena dodici anni, aggredita da alcune coetanee a Guastalla, nel Reggiano, mentre attorno una ventina di giovanissimi guardava, incitava e riprendeva tutto con il cellulare.
Pugni, calci, capelli strappati: la dodicenne ha riportato lividi, un colpo di frusta e una frattura allo sterno. Per lei sarebbe stata indicata una prognosi di quindici giorni, oltre al sostegno psicologico già avviato. Ma la ferita più inquietante, in questa vicenda, non è solo quella fisica. È il branco che assiste, filma, rilancia, trasforma la violenza in spettacolo.
Secondo quanto riportato da RaiNews, la ragazzina sarebbe stata attirata nel giardino della basilica di Pieve, nei pressi dell’oratorio, da una coetanea che la accusava di aver parlato male di lei. “Vieni che chiariamo”, le avrebbero detto. Ma non c’è stato alcun chiarimento. Solo botte. La dodicenne non avrebbe nemmeno avuto il tempo di spiegarsi. A fermare il primo episodio sarebbe stato il parroco. Poi, a distanza di poco, una seconda aggressione, ancora più violenta, interrotta questa volta dall’intervento di due operatori della vicina scuola.
La giovane vittima, all’inizio, non ha detto nulla ai genitori. È rimasta zitta. Succede spesso, purtroppo, quando chi subisce una violenza si sente addosso anche il peso della paura, della vergogna, dello smarrimento. A dodici anni, poi, trovare le parole per raccontare una cosa del genere non è semplice. Come si fa a dire: mi hanno attirata lì e mi hanno picchiata? Come si fa a spiegare che attorno c’erano altri ragazzi, non adulti lontani, non sconosciuti, ma coetanei che guardavano, urlavano, riprendevano?
A far emergere tutto sono stati proprio quei video, girati con i cellulari e finiti nelle chat. Immagini che, passando di telefono in telefono, sono arrivate anche alla madre della dodicenne. Da lì la denuncia ai carabinieri, non soltanto nei confronti delle due ragazze che avrebbero materialmente aggredito la figlia, ma anche dell’intero gruppo presente. Una ventina di minorenni, ora al centro degli accertamenti della Procura per i minorenni di Bologna.
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C’è poi un altro passaggio che colpisce, e non poco. La madre ha raccontato di essere stata minacciata da alcuni ragazzi perché non andasse avanti con la denuncia. Saranno gli inquirenti a verificare anche questo aspetto. Ma, se confermato, sarebbe un fatto gravissimo: prima la violenza, poi il tentativo di imporre il silenzio. Come se la vittima dovesse subire due volte. Prima le botte, poi la paura di parlare.
E allora no, non basta rifugiarsi nella solita frase: “Sono ragazzi”. Non basta parlare di bravata, di lite sfuggita di mano, di cose che possono succedere tra adolescenti. Una bravata non lascia una dodicenne con lo sterno fratturato. Una bravata non richiede cure, sostegno psicologico, notti agitate in una famiglia che si ritrova di colpo dentro un incubo. Qui non siamo davanti a una sciocchezza. Siamo davanti a un episodio di violenza vera, pesante, che chiama tutti a una responsabilità.
Perché la domanda, a questo punto, non riguarda soltanto chi ha alzato le mani. Riguarda anche chi era lì. Chi ha visto. Chi ha urlato. Chi ha ripreso. Chi magari non ha dato un calcio, ma non ha fatto nulla per fermare chi lo stava facendo. Ed è forse questa la parte più amara: l’assenza di un limite, di un gesto, di una voce capace di dire basta.
La giustizia farà il suo corso. Toccherà ai carabinieri e alla magistratura minorile ricostruire i fatti, distinguere i ruoli, accertare le responsabilità. Ma il problema non può essere consegnato soltanto alle aule giudiziarie. Prima ancora della denuncia, prima ancora del fascicolo, c’è un fallimento educativo che pesa come un macigno. Famiglie, scuola, parrocchie, comunità: nessuno può chiamarsi fuori con troppa facilità.
Non si tratta di fare processi sommari ai ragazzi, né di dipingere un’intera generazione come perduta. Sarebbe ingiusto e anche comodo. Si tratta però di prendere atto che qualcosa, in certi comportamenti, si è incrinato profondamente. Se davanti a una coetanea picchiata la prima reazione non è fermare tutto, ma tirare fuori il cellulare, allora il problema non è soltanto la violenza. È lo sguardo sulla violenza.
Il branco nasce anche così. Non solo da chi colpisce, ma da chi fa cerchio. Da chi ride, incita, riprende, condivide. Da chi si nasconde dietro il “io non ho fatto niente”, dimenticando che a volte non fare niente è già una scelta. E può fare molto male.
La violenza minorile raramente esplode dal nulla. Cresce dove manca il rispetto del limite, dove l’umiliazione dell’altro diventa spettacolo, dove la popolarità vale più della compassione, dove il telefono è sempre acceso e la coscienza, invece, sembra spegnersi. Per questo non basta punire dopo. Bisogna educare prima. Bisogna tornare a dire ai ragazzi che la forza non è stare con il gruppo che urla più forte, ma avere il coraggio di sottrarsi al branco.
Questa dodicenne dovrà essere protetta, ascoltata, accompagnata. Ma anche gli altri dovranno essere aiutati a capire la gravità di ciò che è accaduto. Perché a dodici, tredici, quattordici anni si può ancora imparare. Ma qualcuno deve avere il coraggio di insegnare che la violenza non è un gioco, che un video non cancella la colpa, che una persona ferita non è un contenuto da far girare.
Una società civile si vede anche da qui: da come difende chi resta solo davanti al branco. E dalla chiarezza con cui sa dire che, davanti a una ragazzina picchiata, chi filma invece di fermare non è un semplice spettatore. È già parte della violenza.

