di Fiore Sansalone
Ci sono giornate che non si dimenticano. E per il tennis italiano — per lo sport italiano — quella del 13 luglio 2025 è una di quelle date che restano, che si ricordano senza bisogno di sforzo: Jannik Sinner è il primo italiano a vincere Wimbledon.
Un’impresa che non ha solo valore sportivo, ma simbolico, emotivo, nazionale. Perché nessuno, in 137 edizioni del torneo sull’erba più prestigioso al mondo, era riuscito ad alzare quel trofeo con la bandiera tricolore cucita sul cuore.
Lo ha fatto lui, il ragazzo di Sesto Pusteria, con il suo stile sobrio, la sua forza silenziosa e quel modo tutto suo — gentile ma inesorabile — di divorare record, partite e pregiudizi. Ha battuto Carlos Alcaraz, l’amico-rivale di sempre, il campione in carica, in quattro set di straordinaria intensità, giocando con intelligenza, coraggio e maturità. Un capolavoro tecnico ed emotivo, costruito anche sulle macerie di una sconfitta dura, quella di Parigi, trasformata in benzina per risalire.
È una vittoria che arriva al culmine di una stagione già leggendaria: tre Slam su quattro, una continuità mai vista nel tennis italiano. Ma è anche, forse soprattutto, il coronamento di un percorso umano. Perché Jannik non è solo un atleta fenomenale: è un esempio. Di determinazione, di equilibrio, di rispetto per il gioco e per le sue radici. “Sono felice di essere italiano”, ha detto con il trofeo tra le mani. E in quel sorriso c’era qualcosa che andava oltre il tennis.
Con la vittoria di ieri, Sinner è entrato nella leggenda Ma con la grazia di chi non si sente mai arrivato. E noi, da spettatori e da connazionali, possiamo solo ringraziarlo. Per averci fatto sognare. E per averci mostrato che l’impossibile, qualche volta, indossa il tricolore.

