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Milioni di italiani rischiano di dire addio alla propria auto. Ma la politica ha ancora il piede sull’acceleratore del rinvio

 

di  Fiore Sansalone

C’è una data che inizia a far tremare le agende di molti automobilisti del Nord Italia: 1° ottobre 2025. Quel giorno, secondo quanto previsto da un decreto del governo (il n.121 del 2023), scatterà il divieto di circolazione per le auto diesel Euro 5 in Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Una stretta sulla mobilità che nasce da due sentenze della Corte di giustizia dell’Unione Europea, le quali impongono all’Italia di darsi una mossa concreta per migliorare la qualità dell’aria.

 

di  Fiore Sansalone

Le urne si sono chiuse, lo spoglio è in corso, ma l’esito appare già chiaro: nessuno dei cinque referendum ha raggiunto il quorum previsto dalla legge. Con una partecipazione ferma attorno al 30%, si chiude così una consultazione che, sebbene tecnicamente fallita, lascia sul terreno riflessioni e polemiche che travalicano la contingenza del voto.

 

di  Fiore Sansalone 

Ogni anno, il 2 giugno, la Repubblica Italiana torna a ricordarci di sé. Bandiere ai balconi, sfilate militari, discorsi istituzionali. Un copione che conosciamo bene, al punto da recitarlo spesso con la mente altrove. Ma oggi, in un mondo lacerato da nuove guerre e vecchie ambiguità, questa festa assume un peso diverso. E forse più scomodo.

 

di  Fiore Sansalone

Il governo ha incassato la fiducia alla Camera su un provvedimento che promette di intervenire su molti fronti legati alla sicurezza pubblica. Si chiama “decreto Sicurezza”, ma il nome, come spesso accade, racconta solo una parte della storia. I suoi 39 articoli non si limitano a punire comportamenti pericolosi o tutelare le forze dell’ordine: dentro ci sono anche scelte che toccano il cuore del dibattito sui diritti civili, sulla libertà di manifestare, sulla gestione delle fragilità sociali. E che stanno già provocando polemiche e ricorsi alla Consulta da parte di alcune Regioni.

 

Votare non è mai un gesto neutro. Dietro ogni "sì" o "no" si celano valori, esperienze, visioni del mondo. Dopo il dibattito sulla cittadinanza e le tutele crescenti, è ora il momento di affrontare unadelle questioni più sentite in ambito lavorativo: la disciplina dei licenziamenti nelle piccole imprese.

 

di  Monica Vendrame

Il secondo quesito del referendum dell’8 e 9 giugno 2025 propone di abrogare parzialmente l'articolo 8 della legge 15 luglio 1966, n. 604, che disciplina l'indennità spettante ai lavoratori licenziati senza giusta causa o giustificato motivo nelle imprese con meno di 16 dipendenti.

 


Dopo il dibattito sulla cittadinanza, è ora il momento di affrontare una delle questioni più sentite in ambito lavorativo: la disciplina dei licenziamenti illegittimi.

 

di  Monica Vendrame

Il primo quesito del referendum dell’8 e 9 giugno 2025 propone di abrogare il Decreto Legislativo 4 marzo 2015, n. 23, introdotto con il Jobs Act, che ha modificato la gestione dei licenziamenti nel contratto a tutele crescenti.

Votare “Sì” significa voler abrogare questa normativa e tornare alle tutele precedenti,
Votare “No” significa mantenere la disciplina attuale.

 

 

di  Monica Vendrame 


Votare non è mai un gesto neutro. Dietro ogni “sì” o “no” si nascondono valori, paure, esperienze.
In vista dei referendum dell’8 e 9 giugno 2025, vale la pena esaminare ogni quesito con attenzione e spirito critico.
Il primo che analizziamo riguarda la cittadinanza italiana, una questione che tocca l’identità profonda del Paese e il rapporto tra accoglienza e appartenenza.

Uno dei sei referendum abrogativi propone di modificare la legge n. 91 del 1992, riducendo da 10 a 5 anni il tempo minimo di residenza legale in Italia richiesto a uno straniero extracomunitario per ottenere la cittadinanza italiana.

Attualmente, per presentare domanda di naturalizzazione, è necessario aver vissuto nel Paese per almeno dieci anni, in modo continuativo e regolare. Il referendum mira ad abrogare questa soglia, dimezzando l’attesa.
La norma vigente fu concepita in un’Italia diversa, ancora prevalentemente terra di emigrazione. Oggi lo scenario è cambiato: l’Italia è un Paese di immigrazione, con milioni di persone che vivono stabilmente sul territorio.

Ottenere la cittadinanza resta tuttavia un percorso complesso, lungo e spesso frustrante, anche per chi lavora, paga le tasse e cresce figli italiani.
Il dibattito non si esaurisce in una questione di anni, ma investe il concetto stesso di integrazione.
Molti cittadini italiani, specie nei grandi centri urbani, osservano una realtà dove la convivenza non è sempre armoniosa.
In città come Genova, non è raro imbattersi in comunità chiuse, simboli religiosi estremi e scarso uso della lingua italiana. Questo genera insofferenza e perplessità, soprattutto quando non si intravede un vero desiderio di far parte della società italiana.Per questo, c'è chi ritiene corretto mantenere i dieci anni, come soglia minima per valutare il grado di integrazione effettiva.
Il quesito solleva una domanda centrale: che cosa significa essere italiani? È sufficiente risiedere in Italia per un certo periodo o serve qualcosa di più? Il diritto alla cittadinanza comporta doveri oltre che diritti. Non tutti gli stranieri residenti sembrano pronti ad abbracciare le regole, i valori e la cultura del Paese che li ospita.
Allo stesso tempo, però, esistono persone pienamente integrate che da anni attendono un riconoscimento formale del loro legame con l’Italia.
Si calcola che oltre 2,5 milioni di persone potrebbero beneficiare della modifica, tra cui circa 500.000 minori.
Il referendum non garantisce automaticamente la cittadinanza, ma rende più breve il tempo minimo per farne richiesta, lasciando invariati i criteri qualitativi (assenza di reati, conoscenza della lingua, reddito).
Il quesito sulla cittadinanza non divide in modo netto tra destra e sinistra, ma tra due idee diverse di comunità:

Chi vuole tutelare l’identità nazionale e i suoi valori condivisi,
Chi vede nella cittadinanza uno strumento per promuovere l’inclusione.
La decisione, in fondo, riguarda che tipo di Paese vogliamo essere: più prudente o più aperto? Più identitario o più pluralista?
Il voto è una risposta, ma prima ancora, è un’occasione per interrogarsi.

 

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