di Benedetto Maria Ladisa
Si è concluso finalmente a Bologna l’iter processuale per l’assassinio della giovane Saman Abbas, che vedeva alla sbarra la sua famiglia.
Sua madre, suo padre e due cugini sono stati tutti condannati all’ergastolo per averla uccisa il 30 aprile 2021.
In appello i due cugini erano stati assolti ed erano a piede libero, ma con questa nuova sentenza della Corte d’Assise di Bologna anche per loro arriva quindi l’ergastolo. La quinta condanna è per lo zio: 22 anni di reclusione, dopo aver indicato agli inquirenti il posto dove era stato sepolto il corpo della ragazza.
Una famiglia (definita dai giudici con la parola clan familiare) che non accettava la sua voglia di vivere in modo libero e normale, come tutte le ragazze italiane. Nulla di strano: frequentare un fidanzato, vestire normalmente e vivere all’italiana. Lei stessa sui social si definiva “Italian girl”, al solo scopo di poter vivere liberamente come tutte le altre ragazze italiane.
Ma la sua famiglia pakistana non accettava questa libertà, rimanendo ancorata a schemi arcaici di sottomissione femminile al volere del clan familiare: vestire a modo loro e sposarsi in matrimonio combinato in Pakistan, dove però ciò accade solo in alcune famiglie rimaste indietro anni luce. Solo alcune.
La cosa più orrenda di questa vicenda è che un padre e una madre, e tutta la famiglia, abbiano preferito la sua morte piuttosto che vederla libera e felice.
Saman era e resterà per tutti solo una ragazza che voleva vivere senza costrizioni, senza schemi culturali o religiosi da rispettare a costo della propria vita. Non possiamo neppure definirla ribelle, ma solo una dolce ragazza che voleva essere libera di vivere in Italia, come tutte le ragazze della sua età.
Oggi arriva una sentenza che conferma la vigliaccheria e l’infamità dei membri di un clan familiare che hanno ucciso, mentito e continuato a negare, anche scaricandosi a vicenda le responsabilità.
Oggi finalmente si chiude il cerchio. Tutti colpevoli, senza se e senza ma.
Dal fatto alla riflessione
Questa sentenza è il modo migliore per onorare la memoria di Saman, una ragazza che voleva scrollarsi di dosso una cultura che sottomette, che spegne i sogni e i desideri di libertà – senza dimenticare le spose bambine – e che non è solo un retaggio culturale o religioso, ma è anche una pratica purtroppo ancora diffusa in alcune zone del mondo, dove il tempo sembra essersi fermato a duemila anni fa.
Non bisogna però fare di tutta l’erba un fascio: anche in Pakistan ci sono tante famiglie che non condividono queste tradizioni arcaiche. Ciò che conta, dopo la salute, è la libertà: quella stessa libertà che in molti paesi del mondo viene ancora negata, non solo alle donne ma a intere popolazioni soggette a regimi dittatoriali.
Saman sapeva che la sua famiglia era di stampo antico e tribale, ma con coraggio aveva deciso di essere libera. Per questo oggi rappresenta un simbolo del valore universale della libertà, non solo femminile, ma di ogni essere umano. Un destino simile a quello di tante ragazze iraniane o di altri paesi, dove ribellarsi significa rischiare la prigione o la morte.
Quello che Saman non poteva immaginare è che proprio la sua famiglia, sangue del suo sangue, le avrebbe tolto la vita. La sentenza di oggi è una delle più importanti della nostra giustizia, perché non condanna un solo esecutore materiale, ma ben quattro ergastoli per altrettanti membri della famiglia, compresi madre e padre. È una pietra miliare: il gioco dello scarico di colpe tra imputati si è chiuso. Non importa più sapere chi l’ha strangolata, chi ha scavato la buca o chi ha occultato il corpo. Oggi i colpevoli sono tutti.
Questa sentenza storica di condanna plurima familiare è un monito e, si spera, un viatico di libertà per tante ragazze a cui viene ancora impedito di scegliere la propria vita. La speranza è che Saman sia l’ultima. È solo una speranza, ma ci dobbiamo credere.
Un grazie ai giudici.
In memoria e in ricordo di una ragazza dolce, bella, innocente. Ciao piccola. Oggi hai avuto un po’ di giustizia.

