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di  Monica Vendrame

C’è qualcosa che non torna nei rapporti tra Italia e Germania sulla gestione dell’immigrazione. E questa volta non servono slogan: bastano i numeri.

Berlino vuole riprendere i trasferimenti verso l’Italia dei richiedenti asilo passati dal nostro Paese e successivamente arrivati in Germania. Il primo banco di prova riguarda tre migranti che la Germania intende trasferire in Italia, mentre Roma ha già fatto sapere di non volerli accogliere.

Tre persone, dunque.

Ed è proprio su quei tre trasferimenti che il governo italiano ha deciso di aprire un conto molto più grande.

Secondo i dati richiamati dal Viminale, dall’inizio del 2026 circa 2.200 migranti sono stati portati nei porti italiani da ONG battenti bandiera tedesca, oltre 500 dei quali dal 12 giugno. Un conteggio riferito agli ultimi anni porta il totale a oltre 25 mila persone.

Il ragionamento politico di Roma è semplice: Berlino vuole rimandarci tre persone? Allora parliamo anche delle centinaia arrivate in Italia dopo essere state soccorse da navi battenti bandiera tedesca.

Non è, però, un’equazione giuridica del tipo “500 meno 3 uguale 497”.

Ed è bene dirlo chiaramente.

Una nave battente bandiera tedesca è sottoposta, in alto mare, alla giurisdizione della Germania. Ma questo non significa che chi sale su quella nave entri automaticamente in territorio tedesco ai fini dell’asilo.

Le norme europee stabiliscono infatti separatamente quale Stato debba occuparsi della domanda di protezione internazionale e, nel caso di uno sbarco dopo un’operazione di soccorso, la responsabilità ricade in linea generale sul Paese nel quale lo sbarco avviene.

Ed è proprio qui che nasce il problema.

Perché l’Italia è quasi inevitabilmente il Paese dello sbarco.

Non perché abbia scelto di esserlo, ma perché è lì che la geografia l’ha messa.

Lampedusa non può essere spostata davanti ad Amburgo. La Sicilia non può essere trasferita nel Mare del Nord.

E allora il rischio è evidente: la geografia diventa responsabilità giuridica e la responsabilità giuridica diventa un peso permanente.

Berlino può quindi chiedere che un migrante passato dall’Italia e successivamente arrivato in Germania venga trasferito nuovamente nel nostro Paese.

Ma quando centinaia di persone vengono soccorse nel Mediterraneo e sbarcate sulle coste italiane, quella stessa Europa considera del tutto normale che sia Roma a farsene carico.

Le regole, insomma, funzionano benissimo. Soprattutto per chi non ha il Mediterraneo davanti alla porta.

E qui sta il cuore della querelle.

La Germania può ricordare correttamente che le ONG sono soggetti privati e che la bandiera della nave non determina automaticamente quale Stato debba esaminare una domanda d’asilo.

Vero.

Ma politicamente Berlino non può pretendere di essere parte in causa soltanto quando le conviene.

Non può invocare fino all’ultima virgola le regole europee quando deve restituire richiedenti asilo all’Italia e poi dimenticare che l’immigrazione dovrebbe essere una responsabilità comune quando il peso degli sbarchi ricade sui Paesi mediterranei.

Perché qui non stiamo discutendo soltanto di tre persone.

Stiamo discutendo di un sistema.

Un sistema nel quale l’Italia, la Grecia, Malta e la Spagna partono inevitabilmente svantaggiate perché sono le porte meridionali dell’Unione.

Ma la geografia non può trasformarsi in una condanna.

Ed è qui che sorge un’altra domanda, forse ancora più scomoda: perché l’Italia ha accettato il nuovo Patto europeo?

La risposta sta nel compromesso che Roma aveva deciso di sostenere: mantenere una forte responsabilità del Paese di ingresso, ma in cambio ottenere maggiore solidarietà europea, procedure più rapide e strumenti più efficaci contro l’immigrazione irregolare.

Sulla carta, un equilibrio.

Ma oggi è lecito domandarsi quanto quell’equilibrio sia davvero favorevole all’Italia.

Perché il nuovo Patto prevede sì una solidarietà obbligatoria verso gli Stati maggiormente esposti, ma quella solidarietà può assumere forme diverse: ricollocazioni, sostegno operativo, contributi economici.

E allora la domanda diventa inevitabile: l’Italia deve condividere le persone, mentre altri Stati possono limitarsi a condividere i costi?

Perché un conto è contribuire alle spese.

Un altro è condividere davvero il peso dell’accoglienza.

Se Roma continua a farsi carico degli sbarchi mentre altri Paesi possono assolvere ai propri obblighi anche attraverso un contributo economico, è legittimo chiedersi quale sia stato, per l’Italia, il vero vantaggio di quel compromesso.

Ed è qui che quei tre migranti diventano quasi simbolici.

Non perché tre persone possano mettere in crisi l’Italia.

Ma perché rappresentano una questione molto più grande: chi deve assumersi davvero la responsabilità dell’immigrazione in Europa?

Le ONG salvano vite e il soccorso in mare non può essere criminalizzato. Chi è in pericolo deve essere salvato e portato in un luogo sicuro.

Ma proprio per questo il problema non può essere scaricato sui soccorritori.

Il problema è politico.

È europeo.

Ed è molto più grande delle ONG.

Il Mediterraneo non può essere europeo quando si parla di diritti, solidarietà e principi e diventare improvvisamente italiano quando arriva il momento dello sbarco, dell’accoglienza e delle responsabilità.

Berlino chiede il rispetto delle regole.

Benissimo.

Ma allora Roma ha tutto il diritto di chiedere qualcosa di altrettanto semplice: che quelle regole non trasformino la posizione geografica dell’Italia in una responsabilità senza fine.

Perché un’Europa davvero comune non può distribuire gli obblighi con la carta geografica.

E soprattutto non può pretendere che chi ha il mare davanti si tenga anche tutto ciò che dal mare arriva.

 

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Info Autore
Monica Vendrame
Author: Monica Vendrame
Biografia:
Vive a Pegli, affacciata sul mare di Genova. Direttrice editoriale del quotidiano online La Voce agli Italiani, redattrice de "La Voce del Savuto", unisce rigore giornalistico e sensibilità umana, occupandosi di attualità, cultura e temi sociali. Vicepresidente dell’Associazione culturale Atlantide, promuove eventi e progetti dedicati all’arte e alla parola. Scrittrice e poetessa, sta lavorando al suo primo volume di liriche. Ama la fotografia, la lettura, l’arte in ogni forma e ha uno sguardo attento alle sfumature della vita.
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