Il terremoto in Colombia potrebbe farsi sentire anche al bancone del bar.
Non subito e non necessariamente con un nuovo aumento della tazzina, ma il sisma che ha colpito il Paese sudamericano ha aggiunto un ulteriore elemento di tensione a un mercato del caffè già da tempo sotto pressione.
Le difficoltà maggiori riguardano la logistica. Frane e interruzioni stradali hanno rallentato il trasporto del caffè verso il porto di Buenaventura, uno dei principali punti di partenza delle esportazioni colombiane. Dopo il blocco iniziale, alcune spedizioni sono riprese, ma la situazione non è ancora tornata alla normalità.
Ed è proprio qui che la notizia riguarda anche l’Italia.
La Colombia ha infatti un ruolo importante nel mercato dell’Arabica, varietà molto utilizzata anche dalle torrefazioni italiane e particolarmente apprezzata nelle miscele di qualità.
Perché il problema riguarda anche l’Italia
L’Italia non produce caffè e dipende quindi dalle importazioni della materia prima. I chicchi arrivano da diversi Paesi produttori e vengono poi lavorati e miscelati dalle torrefazioni.
Per questo motivo, un rallentamento delle forniture colombiane non significa automaticamente un aumento immediato dei prezzi.
Il problema nasce quando una nuova difficoltà si inserisce in un mercato che ha già dovuto fare i conti con quotazioni elevate, costi energetici, trasporti più cari e condizioni climatiche sfavorevoli nei principali Paesi produttori.
Il terremoto in Colombia rappresenta quindi un ulteriore fattore di incertezza.
La tazzina aumenterà ancora?
È la domanda che interessa più direttamente i consumatori italiani.
Al momento, parlare di un nuovo rincaro certo sarebbe prematuro. Le torrefazioni acquistano spesso il caffè attraverso contratti stipulati in anticipo e questo può attenuare, almeno nel breve periodo, gli effetti delle oscillazioni sui mercati internazionali.
Ma se le difficoltà nelle esportazioni colombiane dovessero protrarsi e le quotazioni dell’Arabica tornassero a salire in maniera significativa, parte dei maggiori costi potrebbe successivamente ricadere sulle imprese italiane.
E, alla fine della catena, anche sui consumatori.
Il prezzo dell’espresso, però, non dipende soltanto dal costo del caffè verde. A incidere sono anche energia, trasporti, lavorazione, personale, affitti e costi di gestione dei pubblici esercizi.
Per questo non esiste un rapporto automatico tra un rialzo delle quotazioni internazionali e il prezzo pagato al bancone.
Un mercato già fragile
È questo il vero nodo della questione.
La crisi colombiana arriva in una fase in cui il mercato mondiale del caffè continua a essere particolarmente sensibile alle variazioni dell’offerta e alle condizioni climatiche.
Le prime tensioni registrate dopo il terremoto si sono in parte ridimensionate con la ripresa di alcune esportazioni da Buenaventura, ma la normalizzazione della catena logistica richiederà ancora attenzione.
Per l’Italia, dunque, nessun rincaro immediato può essere dato per certo.
Ma il terremoto colombiano aggiunge un altro elemento di pressione a una filiera che negli ultimi anni ha già visto crescere sensibilmente i propri costi.
E la domanda resta inevitabile: quanto potrà resistere il prezzo della tazzina se anche questa nuova difficoltà dovesse prolungarsi?

