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di  Thomas Mugnano

"Sono passati ben 43 anni da quel 10 giugno 1981, giorno tragico per gli italiani, dove tu, piccolo angelo, scivolasti in quel famigerato pozzo artesiano tenuto maldestramente non protetto.

 La tua vita si interruppe lì, nelle viscere di quella terra fangosa, ma sappi che sei sempre vivo (e sempre lo sarai) nel ricordo di chi quella sera ha pianto (e piange ancora) lacrime amare per te..
Ciao Alfredino.
Ora sei tra le braccia di nonno Pertini (il miglior presidente della repubblica di sempre) che era lì con te e, come tutti noi, ha "pregato" e "sperato" nel miracolo ma evidentemente il buon Dio aveva bisogno di te in Paradiso..."

 

 

La cronaca di quel maledetto giorno

"Eravamo milioni di persone e lui giù, lì da solo. Cercava di non morire, con un microfono lo diceva a tutti i telespettatori, che non voleva morire Alfredino Rampi... Mi ricordo l’espressione di Alfredino, sui giornali, sempre quella, che chiudeva un po’ gli occhi per il sole, con una canottiera a righe. Prima che cadesse nel fosso della televisione”. Scriveva così Aldo Nove, in un racconto del 1996, narrando la tragedia di Vermicino.

È la sera di mercoledì 10 giugno 1981, una sera di 40 anni fa, quando Alfredino Rampi, 6 anni, torna a casa dopo una passeggiata con il papà. Al confine tra Roma e i Castelli Romani Alfredino, sfuggito alla vista del genitore, cade in un pozzo artesiano.

Vigili, forze dell’ordine e gente comune iniziano subito le ricerche. Alfredino viene individuato in poco tempo. Tanto profondo, il pozzo. Bloccato a metà, Alfredino. Partono i tentativi di recupero dei gruppi speleologici, partono le trivellazioni. Parte anche la diretta di Rai Uno.

Una diretta quasi senza interruzioni, durata 18 ore. In sottofondo la voce flebile di Alfredino, la disperazione della mamma, il pianto dell’inviato. E le consultazioni tra gli esperti che cercano di capire come violare la prigione del pozzo e liberare Alfredino che intanto muore, e lo fa “sempre allo stesso modo” e per “tutta la notte”. Milioni di persone assistono. Nasce quella che chiameranno “tv del dolore”.

E intanto Alfredino è lì. Provano a salvarlo. Ci prova anche un cittadino volontario. Su chiama Angelo Licheri e, complice la sua stazza minuta, viene calato per tre quarti d’ora a testa in giù. Arriva fino ad Alfredino dal pozzo laterale, ma le vibrazioni fanno scivolare ulteriormente il bimbo. Anche questo tentativo va a vuoto. Licheri, ormai anziano, si dice ancora tormentato dal senso di colpa per non essere riuscito a liberare il piccolo dalla gabbia di terra e di dolore.

Sfiorai i suoi occhi con le punte delle mie dita. Io ero in verticale a testa in giù. Lui era incastrato e ricoperto di terra. Gli dissi che gli avrei regalato una bella bicicletta. Tolsi il fango dagli occhi di Alfredino. Provai a salvarlo, poi gli mandai un bacino e risalii”, ha detto Licheri in un’intervista di un paio di anni fa a Il Giornale.

Ma quella bicicletta Alfredino non è mai riuscito ad averla. Alfredino, che è morto dopo sessanta ore di agonia e il cui corpo è stato recuperato solo 28 giorni dopo la tragedia. Alfredino, che “morì tutta la notte” in quel pozzo.

(La Redazione)

 

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