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Nel calendario celtico degli alberi, Beth, la betulla apriva l'anno dei tredici mesi della luna.
I Celti infatti si basavano sull'anno lunare e per questo avevano tredici mesi. Beth, la betulla aveva il tempo tra il 24 Dicembre e il 21 Gennaio.
La betulla è un albero di luce, poiché essa indicava il sole che risaliva nel cielo.
Essi collegavano la personalità umana all'albero sacro del periodo in cui avveniva la nascita, per cui chi nasceva tra il 24 Dicembre e il 21 Gennaio era " il realizzatore".
Sulle montagne del Veneto, anticamente, per dichiarare l’amore alle ragazze si usava portare dei rami di betulla sbocciati ed in boccio davanti alle porte delle loro case....ed iniziava Primavera nella stagione e nel cuore.
Dalle gemme viscose della betulla le api raccolgono un liquido gommoso per fare la propoli, una specie di resina che loro arricchiscono di enzimi e antibiotici che usano per rivestire internamente le loro case.
Noi la usiamo in soluzione alcolica per disinfettare ferite, perché possano cicatrizzare meglio e per molti altri scopi.
La betulla è un’albero che arriva a superare anche un’altezza di venti metri, ha una sottile meravigliosa corteccia bianco - argentata, colore particolare dovuto alla “ betulina” una sostanza di cui è impregnata la sua scorza.
Nel Nord euroasiatico la betulla è molto amata, la ritengono un albero divino.
Gli sciamani, o guaritori, la considerano nelle loro divinazioni addirittura la scala che conduce al cielo.
Io amo molto la betulla perché è il mio albero, sono nata in questo arco di tempo, e dipingo betulle in molte tecniche diverse: olio, acquarello, matite acquarellabili e gessetti, pastelli grassi ecc. fino alla tecnica con l’ago, cioè l’arte del ricamo con disegno a mano libera sulla tela.
A tutti un cammino di luce e di gioia in questo nuovo anno.
Ed auguri a chi è nato nel tempo della betulla.

 

 

Sempre più soli, abbandonati e schiacciati da un sistema giudiziario discriminante e contraddittorio.
Alcuni perdono tutto: figli, casa, lavoro, altri finiscono in strada improvvisamente, da un giorno all’altro, senza alcun preavviso.
Altri ancora, di colpo, spesso a causa di false accuse da parte dell’ex coniuge, diventano pericolosi criminali, uomini violenti da cui difendersi, persone pericolose capaci di violenza e senza scrupoli.
Si tratta dei padri separati: i nuovi poveri, uomini vittime troppo spesso dei meccanismi perversi e diabolici tipici di un sistema giudiziario che silenziosamente, come un Tritacarne, distrugge la loro vita e quella dei loro figli.
In seguito alle separazioni si assiste sempre più frequentemente alla rovina di tanti uomini che, per incoerenze legislative, sono ridotti alla povertà.
Nel 2016 In Italia, secondo i dati dell’Eurispes, su 4 milioni di papà separati circa 800 mila vivono sotto la soglia di povertà, mentre un milione e mezzo vive in condizione di indigenza.
A causa di separazioni conflittuali molto spesso gran parte degli uomini è ricattata dall’ex coniuge che spesso utilizza i figli come burattini, come strumento di vendetta contro il padre, come unico mezzo per ottenere ulteriori aiuti oltre che per riversare rancori e malcontenti sull’ex.
Il sistema legislativo attuale, troppe volte appoggiato e sostenuto da lobby accecate solo dai loro interessi, ha creato un’incredibile contraddizione, un’impressionante spaccatura della figura paterna: da un lato c’è il “padre Bancomat”,l’uomo che deve obbligatoriamente versare assegni di mantenimento e sostenere innumerevoli spese indipendentemente dalle sue reali possibilità, quasi fosse scontata la presenza di una loro adeguata disponibilità economica , quasi fosse irrilevante il diritto di un padre ad avere una vita dignitosa, dall’altro c’è il “padre clochard”, il nuovo povero, un uomo che di colpo può ritrovarsi a dormire in auto e che possiamo incontrare in un giorno qualunque in fila alla Caritas per ricevere un piatto caldo.
A tutto ciò si aggiunge la violenza psicologica di cui molti uomini sono vittime da parte delle ex mogli che, anteponendo il proprio egoismo al delicato equilibrio psico emotivo del proprio figlio,utilizzano qualsiasi mezzo pur di strappare la figura paterna dalla vita del bambino.
Ma cosa accade ad un padre separato ridotto in stato di povertà?
La frequenza di incontro tra padre e figlio è ridotta, gli spazi di vita e i luoghi di incontro non sempre sono idonei, soprattutto se il padre indigente non ha la possibilità economica di offrire al figlio ciò che prima poteva.
Il tempo da dedicare alla relazione è scansionato: si sente parlare del così detto “tempo di visita”, un concetto talmente arido e infelice che porta ad immaginare la figura del padre come quella di un detenuto con libertà condizionata a cui è concesso un tempo limitato per dimostrare l’amore verso un figlio, un uomo che pian piano diviene un estraneo agli occhi di un bambino che colpe non ha.
Non è forse violenza quella di un uomo costretto a chiedere il permesso per vedere suo figlio?
Non è violenza sull’uomo quella di tante donne che ricattano gli ex coniugi minacciandoli di non fare vedere i figli?
Non è violenza psicologica sull’uomo la frase: “Sei un fallito!” “Ti distruggo” “Non ti faccio più vedere tuo figlio?”.
Non è violenza sul minore quella che impedisce ad un bambino di trascorrere del tempo con il proprio padre senza che qualcuno lo faccia sentire in colpa?
Non è violenza quella sul minore che spesso parla usando frasi e parole pilotate da una madre malevola?
Sarebbe utile pensare alla presenza territoriale di centri antiviolenza anche per gli uomini vittime di maltrattamenti e di violenza psicologica e alla proposta di percorsi terapeutici e riabilitativi per donne alienanti affinché possano raggiungere una reale presa di coscienza del significato del ruolo materno, della parola genitorialità e dell’importanza del delicatissimo equilibrio psicologico ed emotivo dei minori.
Non è un caso che recentemente la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo abbia condannato l’Italia in quanto Paese totalmente incapace di difendere ed assicurare il rispetto dei diritti dei Padri Separati.
Ma chi c’è davvero dietro quegli uomini verso cui il sistema si accanisce?
Chi si nasconde dietro quegli uomini le cui sofferenze e i cui problemi per alcune lobby di avvocati sono solo piatti appetibili ed inesauribili fonti di guadagno?
Ci sono uomini, uomini che prima di tutto sono Persone , esseri umani e padri che semplicemente vorrebbero poter esercitare il loro diritto naturale alla genitorialità ,padri che vorrebbero semplicemente continuare ad amare i loro figli nonostante la separazione, padri che non possono essere condannati solo perché indigenti, padri e uomini ingabbiati in matrimoni infelici che non hanno il coraggio di separarsi per timore delle conseguenze, padri che non possono essere etichettati come mostri a causa delle false accuse di donne instabili che abusano di quel potere che con grande dignità fu conquistato in passato da parte di vere donne, infangando così la memoria delle giuste lotte per la parità di genere.
È giunto il momento di far chiarezza, di scoperchiare il marcio che divora quei palazzi di Ingiustizia, di portare alla luce il business di tutte quelle realtà e di quelle lobby corrotte che senza scrupoli vivono sulla disperazione di coppie, famiglie e padri in difficoltà.
Se ci fosse una certezza della pena e se fossero perseguibili penalmente tutte quelle figure coinvolte nel fenomeno delle false accuse e complici di questo sistema malato, avremmo padri più sereni e bambini più felici.
E’ doveroso dunque parlare di questa grave piaga sociale ed ammettere l’esistenza di una vera e propria violenza sui padri e sui minori coinvolti, alienati da un apparato socio-giudiziario che ad oggi ha ritenuto sempre troppo scomodo ammettere le proprie contraddizioni.
E’ ora che si tutelino i diritti dei padri e delle madri allo stesso modo, che si smetta di lottare contro la violenza di genere ma che si lotti contro ogni genere di violenza, che si rispetti il diritto alla bigenitorialità, che si smetta di trattare i padri come genitori di serie B, ma soprattutto è ora di porre fine alla gratuita sofferenza di tanti minori orfani di padri vivi.
Viviamo circondati da una realtà mediatica e sociale che non è quella che vorrebbero farci credere ed è forse arrivato il momento che le istituzioni preposte intervengano seriamente per far cessare questo dramma senza fine.

 

 

Al suo fianco, come vice presidente, l’avv. Manlio Caruso, presidente della fondazione “Astrea” di Roma

Martedì 22 dicembre, alle ore 17.00, a Rende, presso la Residenza di Campagna-la Cantina del Contadino, alla presenza del notaio, Dott. Pierfrancesco Iorio e di 29 soci fondatori, è stata costituita ufficialmente l’Associazione Nazionale dei Liberi Pensatori.

 

In questo anno, così difficile per tutti noi, l’Istituto Lazzaro Spallanzani di Roma è stato spesso protagonista e primo attore nella lotta al virus covid-19. Era il due Febbraio del 2020 quando i virologi dell’Istituto, a meno di 48 h dalla diagnosi di positività per i primi due pazienti in Italia, due turisti cinesi, riuscirono ad isolare il virus; eravamo tra i primi in Europa a raggiungere questo importante risultato. A distanza di quasi un anno da quella data che ci appare ora così lontana, il 27 Dicembre, proprio tra le mura di questo storico ospedale, è partita quella che si preannuncia essere una delle più imponenti campagne vaccinali della storia. Sembra la chiusura di un cerchio, e noi, speranzosi, vogliamo crederlo anche se ancora di strada da fare ce ne sarà molta. Ma qual è la storia di questo Istituto che rappresenta un fiore all’occhiello della sanità italiana?

La nascita del primo complesso ospedaliero risale al 1903 quando Roma ed i suoi abitanti necessitano di un nuovo ospedale polivalente. Fu il sindaco Ernesto Nathan a predisporre un progetto rilevando dal Vaticano, ad un prezzo quasi simbolico, i terreni dove far sorgere il nuovo nosocomio. Le solite lentezze burocratiche rallentarono a dismisura l’avanzamento dei lavori che subirono però una brusca accelerazione a causa dell’epidemia da influenza spagnola che permise nel breve volgere di due anni l’inaugurazione della struttura nel 1929 come Ospedale del Littorio, cambiato poi come Ospedale Ernesto Nathan e nel 1945 come San Camillo De Lellis, in memoria del protettore della sanità militare. Passato poi sotto al Pio Istituto Ospedali Riuniti di Roma, che gestiva tutti gli ospedali romani, ci rimase fino alla nascita delle Aziende Sanitarie. Inizialmente una azienda unica San Camillo Forlanini Spallanzani fino al 1996, quando l’Istituto Spallanzani si distaccò divenendo autonomo. 

 

Fragranza di Natale lontano
Forse il magico carro varcherà
il suo confine, mentre i bimbi
già dormono in trepida attesa
e sarà fantasia a riempire Natale
di allegre e affiatate brigate
con salvifica e fresca presenza,
come rondini lungo la scia.

(Lucia Lo Bianco, da “Fragranza di Natale”, diritti d’autore riservati)

“Isola”, limitata porzione di terraferma circondata dalle acque. Questa definizione ci dà la cifra esatta di ciò che può significare vivere su un’isola. In special modo se l’isola è di dimensioni ridotte e lontana dalla terraferma. I disagi diventano enormi quando la situazione meteorologica, in inverno innanzitutto, impedisce i collegamenti e si resta isolati. Le più banali esigenze come approvvigionamenti di generi di prima necessità, spostamenti per raggiungere il posto di lavoro, necessità di cure mediche in strutture non presenti in loco, diventano impossibili.
Chi nasce e vive su di un’isola è abituato a tutto ciò e non vi fa caso.


Vivere in un posto che è considerato dai più, il paradiso terrestre per la bellezza unica dei luoghi, per la tranquillità, spesso diventa un onere immenso, sia quando per circa nove mesi viene invaso da una folla di turisti, che spesso eguaglia la densità della popolazione, sia nei tre mesi invernali in cui si spopola e molti decidono di svernare in paesi caldi per riposarsi dalle fatiche della stagione turistica; quindi, si chiudono alberghi, ristoranti, bar, negozi e la vita rallenta, si adegua alla calma del periodo in cui la natura si ferma e gli alberi perdono le foglie.
Una panacea per ritemprare l’anima e prepararsi al risveglio della vita.


Per molti è un toccasana per godere la propria terra in maniera unica e sublime, per tanti una prigione da cui scappare a gambe tese.
All’improvviso la vita viene stravolta da un evento imprevisto che si sviluppa a macchia d’olio, una pandemia violenta, subdola, aggressiva e sconosciuta che travolge il mondo intero e costringe a fermare tutto: non si viaggia più, non si possono svolgere le normali attività lavorative e scolastiche, non vi sono le strutture necessarie per accogliere i malati e curarli, pertanto si rende indispensabile limitare gli spostamenti e isolarsi… isolarsi nell’isola.


Siamo abituati. No, questa volta è diverso, non è una semplice riduzione della vita normale, ma una restrizione obbligatoria e ci si rende conto che cose semplici e scontate, come una passeggiata sulla spiaggia ad ammirare il mare o in campagna, sono dei lussi che non ci sono permessi. Ci viene impedito anche di spostarsi tra i comuni esistenti e ciò crea disagio immenso. Il senso di isolamento e solitudine diventa soffocante e si vorrebbe tornare alle giornate estive in cui la folla invadeva le stradine e impediva lo svolgimento delle attività più semplici, andare a fare la spesa o recarsi al lavoro o al mare.
Vivere in un’isola è uno stato d’animo che non si può comprare, ma solo accettare nel bene e nel male.

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