di Vito Sorrenti
Osservando le immagini televisive che documentano le devastazioni di alcune città da parte di ragazzi, perlopiù minorenni, mi è venuta in mente la poesia di Pier Paolo Pasolini, intitolata La generazione sfortunata, nella quale denunciava le trasformazioni della società dei consumi e il potere omologante dei mezzi di comunicazione. Una riflessione che, a mio parere, oggi appare ancora più attuale.
Infatti, la quasi totalità dei giovani nati a partire dal 2000 ha avuto come balia la televisione ed è cresciuta con il telefonino. Attraverso questi mezzi ha conosciuto e seguito le imprese dei personaggi che vanno per la maggiore nel mondo dello sport e dello spettacolo, ma non le pagine di Seneca e Platone, di Aristotele e Cicerone. In quanto, come è noto a molti, i palinsesti televisivi prediligono i programmi spazzatura, mentre gli imbonitori degli affari si servono delle attrazioni virtuali per catturare l'attenzione e orientare le coscienze anziché informare e formare. Col risultato che molti giovani, ma non solo, si innamorano dei propri eroi di cartone e cercano di imitarli per inseguire la notorietà e l’apparenza, ignorando gli eroi del pensiero, il valore della cultura, il senso della giustizia e i principi della convivenza civile.
Perché tutto ciò? Perché, fin dalla più tenera età, sono esposti alla pubblicità, ai social network e a immagini di violenza, volgarità, degrado e sopraffazione.
Questa continua esposizione alla vita virtuale li porta a pensare che sia così anche quella reale. E si comportano di conseguenza, per cui la prepotenza diventa un segno di forza e la trasgressione una prova di coraggio, fino a replicare nelle strade e nelle piazze ciò che hanno visto sullo schermo.
Ma le devastazioni delle città a cui abbiamo assistito in questi giorni non sono generate solo dai motivi sopra esposti; vi sono altre cause, che ci impongono di porci delle domande scomode: quali modelli proponiamo ai giovani? Quanto spazio lasciamo alla cultura, al senso critico e alla responsabilità?
E qui sorge spontanea un'altra domanda: come mai, quando vengono bombardate città, distrutte scuole, asili e ospedali e ridotte in macerie intere comunità, nessuno grida per il dolore, mentre ci strappiamo i capelli per le vetrine infrante? Forse perché diamo più valore ai beni materiali che alle vite umane?
E davanti a tutto ciò non possiamo non chiederci che fine ha fatto la politica. Quale attenzione dedica all’educazione dei giovani, alla scuola, alla cultura e alla formazione delle coscienze? O pensiamo che siano sufficienti i decreti per evitare le devastazioni?
Per trovare soluzioni idonee occorre interrogarsi sulle condizioni culturali ed educative che favoriscono simili comportamenti. La politica non può delegare tutto alle famiglie e agli insegnanti. E i genitori devono smettere di trattare i figli come dei piccoli Buddha (Crepet), fino al punto di picchiare i maestri per difenderli ed evitare le loro ritorsioni.
Platone aveva intuito i pericoli di una libertà senza responsabilità. Dovremmo tener conto del suo insegnamento per far capire ai giovani che i limiti non sono soprusi, i desideri non sono diritti e il rispetto degli altri e dei propri doveri non può essere eluso. Ma ciò avviene sempre più raramente, e da qui la necessità di interrogarci non soltanto sulle responsabilità della politica, ma anche sul comportamento di certi genitori e di certi maestri e sugli esempi che diamo ai nostri figli e ai nostri nipoti.
Non basta, dunque, condannare le macerie delle nostre città: dobbiamo interrogarci anche sulle macerie educative e culturali che rischiano di precederle. Perché una società che rinuncia a educare al pensiero critico consegna i propri figli alla manipolazione e rischia di renderli prigionieri di una realtà virtuale che non insegna loro a vivere quella vera.
