Escalation nel Golfo dopo gli attacchi incrociati tra Iran, Usa e Israele: lo Stretto di Hormuz si blocca e sei Paesi, Italia inclusa, preparano un intervento per riaprire le rotte
di Monica Vendrame
Sei Paesi – Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Olanda e Giappone – hanno annunciato oggi un piano per garantire la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz, di fatto bloccato dall’Iran.
Il comunicato diffuso da Londra parla di una risposta necessaria agli attacchi contro navi commerciali e infrastrutture energetiche, e della necessità di riaprire uno dei corridoi strategici più importanti del pianeta.
Ma fermarsi qui significa raccontare solo metà della storia.
Perché lo Stretto di Hormuz non è stato chiuso nel vuoto. È stato chiuso al termine di una sequenza precisa, rapida, e sempre più violenta.
Il 28 febbraio Stati Uniti e Israele hanno colpito obiettivi militari e strategici in Iran. Nei giorni successivi è arrivata la risposta di Teheran: missili e droni contro basi americane e infrastrutture nel Golfo, in una spirale che ha coinvolto più Paesi della regione.
Poi il salto di livello.
Il 13 marzo gli Stati Uniti hanno colpito l’isola di Kharg, uno dei principali hub petroliferi iraniani. A quel punto la crisi si è spostata sul terreno più sensibile: quello energetico e commerciale.
Nel giro di pochi giorni, lo Stretto di Hormuz è diventato impraticabile. Petroliere colpite, traffico ridotto al minimo, compagnie costrette a fermare le rotte. Da lì passa una quota decisiva del petrolio mondiale: il blocco ha avuto effetti immediati sui mercati e sulla sicurezza energetica globale.
Nel frattempo, il conflitto si è esteso: attacchi contro infrastrutture energetiche nel Golfo, tensioni crescenti tra Iran, Stati Uniti e Israele, allarmi lanciati da più capitali occidentali.
È dentro questa sequenza che nasce il piano dei sei Paesi.
Ed è qui che la questione smette di essere solo operativa e diventa politica.
Perché l’iniziativa viene presentata come una missione di sicurezza, necessaria a garantire la libertà di navigazione e la stabilità dei mercati. Ma intervenire in un’area dove, nelle ultime settimane, sono già state colpite navi e basi significa entrare in un teatro attivo.
Non osservare una crisi. Ma farne parte.
Eppure il racconto dominante tende a partire dalla fine.
Dalla chiusura dello stretto.
Dalla minaccia iraniana.
Molto meno dalla sequenza che ha portato fin lì.
Il risultato è una narrazione incompleta, in cui l’ultima mossa diventa l’origine di tutto, e il contesto si dissolve.
Intanto, però, la tensione resta altissima. Teheran ha avvertito che qualsiasi intervento a sostegno delle operazioni nello stretto potrebbe essere considerato un atto ostile. Le cancellerie occidentali parlano di de-escalation, ma preparano una presenza operativa in una delle aree più instabili del mondo.
In questo quadro, anche il ruolo dell’Italia cambia.
Non più semplice osservatore, ma parte di una coalizione che decide di intervenire in uno snodo cruciale del conflitto.
La questione, allora, non è solo cosa stia accadendo.
È come lo si sta definendo.
Se lo si chiama “operazione di sicurezza”, tutto appare sotto controllo.
Se lo si guarda nella sua interezza, la prospettiva cambia: siamo già dentro una dinamica di guerra che si sta allargando.
E il piano per Hormuz, più che una soluzione, rischia di essere il passaggio successivo.
Perché le guerre, oggi, raramente iniziano con dichiarazioni ufficiali.
Molto più spesso cominciano così.
