C’è un tempo per chiedere giustizia e uno per restare umani
di Monica Vendrame
C’è una buca sulla spiaggia di Montalto di Castro che non si chiuderà più. Nonostante le transenne, nonostante le indagini, nonostante il tempo.
È la voragine che si è aperta nella vita di una famiglia in vacanza, in quella di una madre che da giorni accarezza la sabbia con cui il destino ha avvolto suo figlio come in un sudario, e nella vita di un padre che ora, oltre alla perdita più devastante, deve anche affrontare un’indagine per omicidio colposo.
Riccardo Boni aveva 17 anni, una passione autentica per l’arte e uno sguardo curioso sul mondo. Quel giorno, sulla spiaggia, stava scavando un tunnel, forse per gioco, forse per far divertire i fratellini. Nessuno si è accorto del crollo. Nessuno ha sentito grida. La sabbia pesante, nera e ferrosa, è piombata giù improvvisa, chiudendo la buca come un coperchio silenzioso. Il padre era lì vicino, ma non ha visto né sentito nulla. Per lunghi, lunghissimi minuti, lo ha cercato pensando si fosse allontanato. Poi, l’intuizione del fratellino più piccolo: “Riccardo è sotto la sabbia”. A mani nude, insieme ad altri bagnanti e ai bagnini, hanno scavato, rimosso oltre un quintale di terra. Ma per Riccardo non c’era più nulla da fare.

Ora la Procura di Civitavecchia ha iscritto nel registro degli indagati proprio il padre, per omicidio colposo. Una procedura definita “un atto dovuto” per consentire l'autopsia e gli accertamenti del caso, come previsto dalla legge nei casi in cui la vittima è minorenne. Non ci sono al momento accuse precise né elementi che facciano pensare a una negligenza diretta. Ma resta il peso insopportabile di quelle parole: "indagato per la morte di tuo figlio". L’uomo ha reagito con dolore e sgomento: “È disumano”, ha detto. “Voglio capire che cosa è successo in quella buca maledetta. Perché non mi ha chiesto aiuto? Io ero lì”.
Il dolore, purtroppo, spesso si accompagna alla freddezza degli atti dovuti. Ma qui serve qualcosa in più: serve uno spazio umano, un rispetto profondo per chi è stato travolto da una tragedia che non ha un colpevole semplice. La scuola di Riccardo lo ha ricordato come “un ragazzo pieno di luce, di entusiasmo e di talento”. Un banco, nella futura 5F del liceo artistico Enzo Rossi, rimarrà vuoto. Eppure pieno della sua presenza.
Non si può e non si deve archiviare la morte di Riccardo come una semplice fatalità estiva. Ma nemmeno trasformarla in un processo al dolore. La giustizia farà il suo corso — ed è giusto così. Ma lo farà con delicatezza, almeno stavolta, lo si spera. Perché questa volta non basta sapere come si muore. Dobbiamo ricordarci anche come si viveva. Riccardo viveva con curiosità, generosità e amore. E con una fiducia nel mondo che, anche dopo la sabbia, merita di non essere tradita.
