di   Monica Vendrame

In Europa, ormai, sembra che per farsi ascoltare serva alzare i toni.

Viktor Orban lo ha capito bene: da anni usa il gas come leva e il veto come scudo, sempre in nome dell’interesse nazionale. L’Ungheria, insieme alla Slovacchia, continua a comprare energia da Mosca a prezzi più bassi, mentre quasi tutti gli altri Paesi membri hanno ridotto drasticamente le importazioni, vantandosi pure di aver tagliato l’80% delle forniture russe.

Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha provato a mettere Budapest con le spalle al muro: basta con il gas russo. In teoria dovrebbe essere un messaggio chiaro, in pratica Orban non si sposta di un millimetro. Dice che rinunciare a quei rifornimenti sarebbe un disastro economico, e che le famiglie ungheresi non sono disposte a pagarlo.

La battaglia non è solo energetica, ma anche politica. Orban frena sull’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea, almeno finché la guerra continua. Non lo fa per ideale, lo fa perché sa che quel veto vale oro: più Bruxelles spinge per Kiev, più lui può strappare concessioni.

Accanto all’Ungheria c’è la Slovacchia di Robert Fico, che guarda con diffidenza tanto all’embargo energetico quanto al sostegno militare senza fine a Kiev. Non a caso Zelensky ha tentato di convincere Bratislava a mollare il petrolio russo, promettendo in cambio forniture ucraine. Ma è una promessa fragile: l’Ucraina, colpita dai bombardamenti, fatica persino a coprire il proprio fabbisogno.

E qui salta fuori la contraddizione. Kiev chiede agli altri di rinunciare al gas russo, però allo stesso tempo finisce per dipendere – indirettamente – proprio da quei Paesi che ancora lo comprano.

Orban, dal canto suo, insiste sul principio: difendere l’interesse nazionale. E accusa l’UE di essere passata da coordinamento tra sovranità a macchina che impone scelte strategiche anche contro la volontà degli Stati. L’unanimità, che doveva essere una garanzia, è ormai solo una regola da aggirare.

Il nodo energetico, insomma, è diventato il simbolo di un’Europa divisa. Da una parte chi rivendica la necessità di punire Mosca anche a costo di sacrificare la competitività. Dall’altra chi, come Ungheria e Slovacchia, non accetta di dissanguarsi per seguire decisioni che sembrano dettate più da Washington che da Bruxelles.

Il ministro degli Esteri ungherese, Peter Szijjarto, è stato brutale: «Compriamo petrolio russo perché non abbiamo alternative. Altri Paesi lo fanno di nascosto, noi a viso aperto». Una frase che pesa, soprattutto mentre la Commissione spinge per nuove sanzioni.

Intanto Zelensky continua a colpire infrastrutture come il gasdotto Druzhba, quello che ancora garantisce rifornimenti a Ungheria e Slovacchia. Una scelta che danneggia anche chi, pur restando nel fronte occidentale, non vuole trasformarsi in falco.

Il quadro è chiaro: un’Unione Europea che a volte sembra piegare le regole secondo convenienza. Sui conti pubblici, austerità rigida; sulle spese militari, vincoli magicamente sospesi. Così Bruxelles si vanta di aver ridotto la dipendenza da Mosca, ma nel frattempo paga di più per ricevere meno, spesso dagli Stati Uniti. Una linea che appare più geopolitica che economica.

E Orban non perde occasione per sottolinearlo: difende i suoi cittadini, mentre l’Europa festeggia scelte che pesano solo sulle tasche della gente. Lo chiamano “solidarietà europea”. Forse l’unico vero miracolo è che ci sia ancora chi ci crede davvero.

 

Info Autore
Monica Vendrame
Author: Monica Vendrame
Biografia:
Vive a Pegli, affacciata sul mare di Genova. Direttrice editoriale del quotidiano online La Voce agli Italiani, redattrice de "La Voce del Savuto", unisce rigore giornalistico e sensibilità umana, occupandosi di attualità, cultura e temi sociali. Vicepresidente dell’Associazione culturale Atlantide, promuove eventi e progetti dedicati all’arte e alla parola. Scrittrice e poetessa, sta lavorando al suo primo volume di liriche. Ama la fotografia, la lettura, l’arte in ogni forma e ha uno sguardo attento alle sfumature della vita.
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