di Massimo Reina
In Alaska è andata in scena la fotografia che vale più di mille vertici: Trump e Putin che si stringono la mano da pari.
Il primo da presidente degli Stati Uniti, il secondo da pari, ovvero come presidente dell'altra super potenza mondiale, la Russia. Risultato: Putin accolto come uno zar, Trump che si prepara al seguito, e l’Europa relegata a guardare col binocolo, come un parente povero non invitato al matrimonio.
Intanto Zelensky, l’eroe in mimetica da salotto tv, è già in saldo: quando Washington deciderà di cambiarlo con il generale obbediente Valery Zaluzhny, tutti gli applausi di Bruxelles e le strette di mano diventeranno carta straccia. Lui tornerà al cabaret, l’Europa resterà col cerino in mano.
E l’Unione? Una barzelletta tragica: economie in recessione, bollette stellari, proteste in piazza, fabbriche che chiudono. Si sono messi nelle mani di Washington, hanno coltivato russofobia come fosse un orto biologico, hanno sventolato la bandiera della morale universale credendo di guidare il mondo. E ora scoprono che contano meno del due di coppe quando regna bastoni.
Arroganti, ignoranti, razzisti e servi. Una miscela perfetta per l’irrilevanza. E infatti sono irrilevanti: nessuno li invita, nessuno li ascolta, nessuno li teme. Al massimo li usano per arricchirsi.
Morale della favola: chi è causa del proprio male pianga se stesso. E l’Europa piange da sola, al muro del pianto, senza neppure l’onore di una comparsata.
Perché questa ormai è l’Unione Europea: non più un attore ma la comparsa che porta il caffè sul set e paga pure il conto.
