di Massimo Reina
Trump e Putin in Alaska per il vertice di Ferragosto.
Una di quelle frasi che, lette su un titolo, fanno pensare a un romanzo di Tom Clancy con sceneggiatura di Fantozzi. E si valuta — bontà loro — se invitare anche Zelensky. “Si valuta” come si valuta se portare il cane in vacanza o lasciarlo al vicino di casa.
Peccato che il cane in questione, stavolta, non sia un cocker spaniel, ma il presidente ucraino, che da mesi sente l’odore acre della gabbia che si chiude. Lo sanno tutti, lo sa lui per primo: è sempre stato una pedina sacrificabile nello scacchiere geopolitico, utile finché faceva il lavoro sporco, superflua non appena le partite vere si cominciano a giocare altrove.
I manuali CIA e MI6 — che di smantellamenti di ex alleati ne hanno scritti a decine — parlano chiaro: quando una pedina non serve più, si cambia. E lo hanno ribadito una settimana fa nella riunione tenutasi in una località segreta in Svizzera, dove hanno anche designato il sostituto, ovvero il Generale Valerij Fedorovyč Zalužnyj, da sempre considerato un rivale da Zelensky per capacità e soprattutto popolarità fra soldati e popolazione locale. In fondo, la sceneggiatura è sempre la stessa: manifestazioni “spontanee” pilotate ad arte, indignazione popolare a reti unificate, proteste di piazza ben nutrite di logistica e conti esteri, e l’immancabile delegittimazione internazionale. Magari anche un piccolo “incidente” che spiani la strada al sostituto, già designato da settimane nei corridoi di Washington e Londra.
E qui entra in scena il paradosso amaro: Zelensky, che per anni ha coccolato e finanziato i battaglioni neonazisti di Azov, oggi teme che siano proprio loro — la sua creatura più controversa — a fargli da boia per conto dei servizi NATO. Una nemesi perfetta: chi semina milizie, raccoglie colpi di Stato. L’Alaska, intanto, accoglie Trump e Putin. Lì si parlerà di sfere d’influenza, di equilibri energetici, di spartizioni strategiche. Tutto tranne che dell’Ucraina di Zelensky, che ormai è come la panna sulla torta finita: serve solo a fare scena, ma nessuno la mangia.
La mancata convocazione non è una dimenticanza, è un avviso di sfratto. Con tanto di preavviso scritto in lingua diplomatica: “Grazie del servizio, ora tocca ad altri”.
Zelensky lo sa. E lo sa così bene che, da qualche tempo, il sorriso da attore è scomparso dal volto, sostituito da quell’espressione di chi sente che le ore scorrono veloci… e non tutte porteranno al giorno dopo.
E così, mentre in Alaska si scambiano strette di mano e pacche sulle spalle, l’Occidente fa quello che sa fare meglio: raccontare al mondo che “non si abbandona un alleato”, mentre prepara le valigie al suddetto alleato, senza nemmeno il biglietto di ritorno.
La storia è vecchia: da Diem in Vietnam a Noriega a Panama, da Saddam a Gheddafi, fino a decine di presidenti, generali e dittatori che, a un certo punto, non servivano più.
Perché la regola è sempre quella: non importa se hai combattuto per loro, se hai venduto il tuo Paese, se hai riempito le fosse comuni e svuotato i granai per “la causa”. L’unico criterio che conta è se sei ancora utile al copione. E quando la tua battuta è finita, ti spengono il microfono e ti tolgono dal palco.
L’applauso è facoltativo. Il tradimento, quello, è garantito.
