di Monica Vendrame
C’è una verità che la politica continua a evitare: la guerra in Medio Oriente non è lontana, ma si riflette direttamente nella vita quotidiana degli italiani.
Non è una questione astratta di equilibri geopolitici. È benzina più cara, bollette più pesanti, prezzi alimentari in aumento. È un costo reale, che milioni di famiglie stanno già pagando.
Roberto Vannacci parte da qui, da un dato semplice: l’Italia si è tirata fuori dal conflitto, ma non dai suoi effetti. Ed è proprio questa la contraddizione. Non decidiamo, ma subiamo. Non guidiamo le scelte, ma ne paghiamo le conseguenze.
Primo punto: il Green Deal e il sistema ETS stanno aggravando la crisi.
Il meccanismo è chiaro: far pagare le emissioni di CO₂ significa aumentare i costi di produzione e trasporto, che poi si scaricano direttamente sui cittadini. In una fase già segnata da tensioni internazionali e shock energetici, questo sistema diventa un moltiplicatore dei rincari. Non è una teoria: è il motivo per cui il prezzo dei carburanti continua a salire. L’idea di fondo è semplice — ridurre le emissioni — ma l’effetto immediato è altrettanto chiaro: più spesa per famiglie e imprese. Se davvero eliminarlo porterebbe a un taglio significativo dei prezzi, allora la domanda è politica, non tecnica: perché continuare a mantenerlo proprio nel momento in cui pesa di più?
Secondo punto: sull’energia regna l’ipocrisia europea.
Si parla di indipendenza dalla Russia, ma la realtà è diversa. I flussi non si sono mai interrotti del tutto e alcuni Paesi europei li hanno addirittura aumentati. Questo significa una cosa: esiste una distanza tra ciò che si dice e ciò che si fa. L’Italia, però, sembra essere tra i pochi Paesi che applicano rigidamente la linea ufficiale, finendo per pagare l’energia più cara. Il risultato è paradossale: si accettano costi maggiori senza ottenere vantaggi reali né sul piano economico né su quello geopolitico. In altre parole, si paga di più per rispettare una coerenza che altri non rispettano.
Terzo punto: la presenza militare italiana va ripensata.
I soldati italiani sono stati inviati in Medio Oriente per combattere l’ISIS. Oggi quello scenario è cambiato. La missione originaria non esiste più nelle stesse forme, ma il rischio è aumentato. Le basi occidentali sono diventate bersagli, e anche i militari italiani si trovano esposti in un contesto sempre più instabile. Restare senza un obiettivo chiaro significa trasformare una missione in un’esposizione permanente al pericolo. La domanda è inevitabile: qual è oggi l’interesse nazionale nel mantenere quella presenza?
A questi tre punti si aggiunge una riflessione più ampia sulla gestione del conflitto. La strategia portata avanti dagli Stati Uniti sotto Donald Trump viene descritta come un insieme di obiettivi non raggiunti e conseguenze sottovalutate. Il programma era ambizioso: fermare il nucleare iraniano e favorire un cambio di regime. Ma la realtà racconta altro. Il regime non è caduto, e al suo interno emergono figure ancora più radicali. Le capacità nucleari, dichiarate neutralizzate, tornano al centro del problema. E soprattutto, eventi come il blocco dello Stretto di Hormuz dimostrano quanto siano state sottovalutate le ripercussioni globali del conflitto, in particolare sul piano energetico.
Il risultato è evidente: instabilità crescente e un effetto domino che arriva fino all’Europa. E ancora una volta, fino all’Italia.
Ed è qui che il discorso diventa politico nel senso più profondo. Non si tratta solo di energia, di guerra o di economia. Si tratta di capacità di decidere. Oggi l’Italia appare come un Paese che si adegua: alle politiche energetiche europee, alle strategie militari degli alleati, alle conseguenze di scelte prese altrove. Ma ogni adattamento ha un costo. E quel costo, puntualmente, ricade sui cittadini.
Il punto non è negare le alleanze o ignorare le crisi internazionali. Il punto è un altro: difendere l’interesse nazionale dentro quelle crisi. Perché se ogni decisione viene presa altrove e ogni conseguenza arriva qui, allora il problema non è la guerra. È la nostra posizione nel mondo.
E finché questa posizione resterà quella di chi subisce, il risultato sarà sempre lo stesso: il conto lo pagano gli italiani. Sempre.
