Dai campi alle fabbriche, dalle strade alle famiglie: quando il lavoro non basta più per vivere, il problema non è la protesta, ma ciò che l'ha resa inevitabile
di Monica Vendrame
C'è qualcosa di profondamente ingiusto in un continente nel quale chi coltiva la terra fatica a guadagnarsi da vivere, chi lavora ogni giorno vede assottigliarsi il potere d'acquisto del proprio stipendio e chi porta il cibo sulle nostre tavole deve fare i conti con il costo sempre più pesante della sopravvivenza.
E c'è qualcosa di ancora più inquietante nel constatare con quanta facilità questa contraddizione rischi di diventare normalità.
La normalità di chi lavora e non arriva alla fine del mese. Di chi, dopo una vita di sacrifici, continua a domandarsi che cosa abbia sbagliato. Di chi rinuncia a una visita medica, rimanda una bolletta, controlla il prezzo del pane, della carne, della frutta, prima ancora di chiedersi se può permetterseli.
Intanto, nei palazzi della politica, si continua a parlare di crescita, competitività, mercati, transizione economica e prospettive di sviluppo.
Parole importanti, certamente. Ma parole che rischiano di diventare terribilmente vuote quando non riescono più a incontrare la vita reale delle persone.
Perché un'economia può anche crescere sulla carta, ma se chi la sostiene con il proprio lavoro continua a impoverirsi, qualcosa, evidentemente, non funziona.
Le immagini dei trattori nelle strade europee, dei camion fermi, dei lavoratori in piazza raccontano un disagio che non può essere liquidato con qualche dichiarazione di circostanza.
Dietro quei mezzi agricoli ci sono uomini e donne che si alzano quando è ancora buio, affrontano il freddo, il caldo, la siccità, le calamità naturali, l'aumento dei costi di produzione e l'incertezza dei mercati.
Ci sono aziende familiari tramandate per generazioni, terreni lavorati con sacrificio, raccolti che qualche volta non riescono neppure a ripagare le spese sostenute.
Eppure, quando un trattore occupa una strada, l'attenzione finisce spesso per concentrarsi sull'ingorgo. Quando un camionista incrocia le braccia, si parla soprattutto delle consegne che subiranno ritardi. Quando gli operai scioperano, si calcolano le perdite economiche.
Le conseguenze delle proteste sono reali e non vanno sottovalutate. Ma sarebbe altrettanto grave fermarsi soltanto a quelle.
Perché prima di domandarsi quanto costi una protesta, bisognerebbe avere il coraggio di chiedersi quanto sia costato, a chi protesta, arrivare fino a quel punto.
Nessuno rinuncia a cuor leggero a una giornata di lavoro, soprattutto quando quello stipendio è già insufficiente. Nessun agricoltore abbandona volentieri i propri campi. Nessun piccolo imprenditore guarda serenamente alla possibilità di fermare la propria attività.
Se arrivano a farlo, significa che il dialogo, almeno ai loro occhi, non ha prodotto risposte adeguate.
Pensiamoci.
Un agricoltore può essere costretto a vendere i propri prodotti a prezzi che non ripagano adeguatamente il suo lavoro, mentre una famiglia, al supermercato, fatica a riempire il carrello.
Da una parte chi produce, dall'altra chi acquista. Entrambi alle prese con difficoltà economiche che, per ragioni diverse, rendono sempre più faticosa la quotidianità.
In mezzo, una filiera complessa, nella quale non sempre il valore viene distribuito equamente.
Ed è proprio questo il paradosso: il cibo costa troppo a chi lo compra e può rendere troppo poco a chi lo produce.
Di fronte a una contraddizione tanto evidente, la politica non può limitarsi a prendere atto del malcontento.
Le istituzioni europee hanno adottato misure e avviato iniziative per affrontare alcune di queste difficoltà. Ma tra una norma approvata e un miglioramento concreto della vita quotidiana può esserci una distanza enorme.
Un Paese non può permettersi di perdere, giorno dopo giorno, la fiducia di chi lo tiene in piedi.
E forse il giorno più pericoloso non sarà quello in cui i trattori fermeranno le strade, i camion spegneranno i motori e le fabbriche chiuderanno i cancelli.
Sarà quello in cui chi lavora avrà smesso perfino di protestare.
Non perché avrà finalmente ottenuto giustizia.
Ma perché avrà perso anche la speranza di essere ascoltato.
E quando un popolo perde la speranza, non è soltanto il lavoro a fermarsi. È il futuro di un'intera società a rimanere senza strada.
