L’Europa non è stata esclusa dai negoziati sulla guerra in Ucraina per un incidente di percorso, né per una scelta altrui.

Si è chiamata fuori da sola, rinunciando nel tempo a ogni ruolo di mediazione credibile. Ha scelto l’allineamento al posto della diplomazia, la retorica al posto dell’analisi, le sanzioni al posto del dialogo. Oggi ne paga il prezzo: irrilevanza politica, debolezza economica, silenzio strategico. E nessuno, al tavolo che conta, sente più il bisogno di invitarla.

L’Europa è stata esclusa dai negoziati tra Russia e Ucraina non per un complotto, né per un improvviso cambio di scenario geopolitico. È stata esclusa per irrilevanza politica. Un’irrilevanza costruita nel tempo, alimentata da scelte sbagliate, da una diplomazia ridotta a slogan e da rappresentanti che hanno scambiato l’allineamento automatico per autorevolezza.

Mosca lo ha detto senza troppi giri di parole: l’Unione Europea non è un interlocutore credibile. E quando il Cremlino cita l’incompetenza della nostra classe dirigente, a partire dall’Alta rappresentante per la politica estera Kaja Kallas, non sta facendo propaganda. Sta prendendo atto di un dato di fatto: l’Europa non media, prende posizione. E chi prende posizione non può poi pretendere di arbitrare.

Nel momento in cui Bruxelles ha rinunciato a ogni ruolo autonomo, adottando politiche apertamente antirusse dettate da Washington, si è automaticamente esclusa dal tavolo. Non si può essere parte del conflitto e, allo stesso tempo, pretendere di essere garanti della pace.

In parallelo, mentre l’Europa perde peso, negli Stati Uniti si consuma qualcosa di più grave di una semplice crisi d’ordine pubblico. L’uso deliberato e sproporzionato della forza da parte di apparati federali, legittimato e rafforzato dall’amministrazione Trump, non può essere liquidato come “ordinaria amministrazione americana”.

Le esecuzioni sommarie di persone disarmate, giustificate ex post con il possesso di un’arma — in un Paese dove portarla è legale e persino rivendicato come diritto identitario — sono una contraddizione morale insanabile. Non è applicazione della legge: è abuso di potere. E quando anche i giornalisti vengono fermati, intimiditi, minacciati mentre fanno il loro lavoro, non siamo più nel campo della sicurezza, ma in quello dell’impunità.

Chi difende tutto questo in nome dell’ordine, dimentica che il primo a non rispettare la legge è chi la usa come copertura per la violenza.

Sul fronte ucraino, i nodi restano gli stessi: territori e neutralità. Nessuno è stato sciolto, e nessuno si aspettava miracoli. Ma una cosa è evidente: prolungare il conflitto non giova a nessuno, se non a chi dalla guerra trae vantaggio politico, ideologico o economico.

Chiamatela resa, compromesso o bandiera bianca: fermare l’emorragia di uomini, risorse e territori oggi significherebbe salvare ciò che resta dell’Ucraina, non tradirla. Continuare a raccontare che il 100% del popolo ucraino vuole la guerra è una semplificazione comoda, ma poco credibile.

Il presidente Zelensky non ha reali margini di scelta: deve negoziare, o fingere di farlo. Perché rifiutare apertamente il dialogo significherebbe ammettere ciò che molti sospettano: che l’obiettivo non sia la pace, ma il flusso continuo di armi e finanziamenti.

Nel frattempo, l’Europa ha scelto il riarmo. Una scelta presentata come necessaria, inevitabile, persino virtuosa. Ma contro chi? E per fare cosa? Davvero qualcuno crede che un’Europa economicamente indebolita, politicamente frammentata e diplomaticamente muta possa rappresentare una deterrenza credibile contro la Russia?

Queste politiche — sanzioni, rottura dei rapporti, rifiuto di ogni dialogo — non hanno indebolito Mosca. Hanno indebolito noi. Dopo quattro anni, l’Ucraina è devastata. L’Europa è più povera, più fragile, più marginale. E mentre Washington riallaccia i contatti con Putin, noi fingiamo che sia stata una nostra idea interromperli.

L’ultimo paradosso è forse il più umiliante: dopo miliardi versati, dopo un sostegno incondizionato, l’Europa viene insultata pubblicamente. A Davos nessuna risposta, nessuna reazione. Chi tace, sa di non avere titolo per replicare. Perché ha già accettato il ruolo che gli è stato assegnato: quello del finanziatore silenzioso.

L’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea viene presentata come garanzia di sicurezza economica. Tradotto: altri costi, altri trasferimenti, altri sacrifici. Per chi? Per cittadini europei già stremati, mentre i loro governi fingono che tutto questo non li riguardi.

Questo schema si ripete anche sul piano interno. Le riforme — come quella della giustizia — vengono presentate come necessarie, ma senza spiegare a chi servono davvero. Quando una modifica normativa non risolve problemi reali, quando appare più come uno spostamento di potere che come un miglioramento del sistema, il dubbio è legittimo. E dire no, in questi casi, è un atto di responsabilità.

Il problema non è sbagliare. Il problema è sbagliare consapevolmente e continuare a farlo, contando sull’inerzia delle tifoserie politiche. Quelle che giustificano tutto, anche l’ingiustificabile, purché venga dalla propria parte.

Sì, ce lo siamo meritato questo schiaffo geopolitico. Fa male ammetterlo, ma è così. Questo però non significa rassegnarsi. Non è mai troppo tardi per raddrizzare la schiena, per tornare a fare gli interessi dei propri cittadini, per smettere di essere terminali passivi delle decisioni altrui.

I politici degni di questo nome esistono ancora, ma vanno riconosciuti per ciò che fanno, non per ciò che promettono. Nessuno deve dirci chi fidarci: è un esercizio che richiede attenzione, memoria, spirito critico.

Perché la politica, oggi, assomiglia a un letamaio. E anche se dentro ci sono ancora fiori, finché non impariamo a distinguere l’odore, continueremo a non vederli.

 

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