di Monica Vendrame
Scuole incendiate, presidi e insegnanti aggrediti, poliziotti feriti, migliaia di fermi.
In Francia la protesta studentesca ha ormai oltrepassato, in numerosi episodi, il confine della contestazione. E nelle immagini che arrivano dalle città francesi compaiono gruppi di giovanissimi incappucciati, protagonisti di scontri e devastazioni: quel fenomeno che in Italia siamo ormai abituati a chiamare “maranza”.
La questione si intreccia inevitabilmente con quella delle seconde e terze generazioni dell’immigrazione, soprattutto nelle periferie, dove da anni emergono difficoltà di integrazione, appartenenza e rapporto con le istituzioni. Sarebbe scorretto sostenere che tutti i manifestanti appartengano a queste realtà; sarebbe altrettanto sbagliato, però, ignorare ciò che le immagini mostrano e ridurre tutto alla solita formula del “disagio giovanile”.
Perché qui non stiamo parlando soltanto di ragazzi che chiedono più insegnanti o classi meno affollate.
Stiamo parlando di scuole date alle fiamme, persone aggredite e forze dell’ordine attaccate.
Le proteste, nate da rivendicazioni reali sulle condizioni della scuola francese, hanno coinvolto oltre mille istituti e sono rapidamente degenerate in violenze urbane. Il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha denunciato la presenza di agitatori che si spostavano da un istituto all’altro per alimentare gli scontri, mentre il governo ha accusato settori della sinistra radicale di avere contribuito alla radicalizzazione del movimento; La France Insoumise ha respinto l’accusa.
A Nantes è stato incendiato il liceo Nelson-Mandela, frequentato da circa 1.700 studenti. Altrove si sono verificati incendi, assalti agli istituti e aggressioni al personale scolastico. Migliaia di persone sono state arrestate e centinaia tra studenti, dipendenti scolastici e agenti sono rimasti feriti.
Il paradosso è evidente.
Si scende in piazza sostenendo di voler difendere la scuola e qualcuno finisce per distruggere proprio la scuola.
E quando la protesta assume queste forme, la scuola rischia di diventare soltanto il pretesto.
È qui che la rivolta dei “maranza” assume un significato che va ben oltre la cronaca francese. Quando giovani nati o cresciuti in Europa trasformano il rifiuto dell’autorità in devastazione, quando lo Stato, la scuola e le forze dell’ordine diventano bersagli, la questione non riguarda più soltanto l’ordine pubblico. Riguarda il rapporto con i valori fondamentali delle società europee: legalità, libertà individuale, rispetto delle istituzioni, convivenza civile.
Il problema non è l’origine di una persona.
Il problema nasce quando le regole della società in cui si vive vengono respinte e sostituite dalla legge della violenza.
E mentre la Francia conta i danni, in Italia qualcuno guarda a quella mobilitazione con entusiasmo.
L’europarlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra Ilaria Salis, commentando le proteste francesi, ha scritto che “anche in Italia ci sarebbero tutte le ragioni per una mobilitazione di questa portata”, richiamando le condizioni degli edifici scolastici, le classi sovraffollate e il personale sottopagato. Ha poi concluso: “Evviva il movimento studentesco!”.
Naturalmente Salis ha espresso sostegno alle rivendicazioni studentesche, non ha esplicitamente invitato a incendiare scuole o aggredire poliziotti. Attribuirle questo sarebbe scorretto.
Ma proprio per questo una domanda politica è inevitabile: nel momento in cui una mobilitazione è già segnata da incendi, aggressioni e devastazioni, non sarebbe necessario distinguere con estrema chiarezza la protesta legittima dalla violenza?
Perché le parole pronunciate da chi ricopre un ruolo istituzionale pesano.
E non è soltanto un problema italiano. In Francia La France Insoumise ha sostenuto apertamente il movimento studentesco e accusato il governo di repressione, mentre le autorità francesi hanno a loro volta indicato ambienti della sinistra radicale come parte del processo di radicalizzazione delle proteste. Le accuse sono contestate e le responsabilità concrete dovranno essere accertate.
Resta però il nodo politico.
Per troppo tempo una parte dell’Europa ha pensato che parlare dei fallimenti dell’integrazione fosse più pericoloso che affrontarli.
E invece integrazione non significa arrendersi.
Chi vive in Europa, indipendentemente dalla propria origine, ha gli stessi diritti degli altri. Ma ha anche gli stessi doveri.
Deve rispettare la legge.
Deve rispettare la scuola.
Deve rispettare le persone.
Deve rispettare le libertà sulle quali si fondano le nostre società.
Non esistono attenuanti culturali per chi incendia un istituto o aggredisce una persona.
E soprattutto non può esistere una politica che, per timore di apparire intollerante, finisca per trasformare ogni atto di violenza in una conseguenza inevitabile del disagio sociale.
La Francia ci sta mettendo davanti a qualcosa che riguarda l’intera Europa.
Se una parte delle nuove generazioni cresce considerando lo Stato un nemico, la scuola un bersaglio e la violenza uno strumento legittimo di affermazione, allora siamo davanti a un problema enorme.
E quando vengono colpiti sistematicamente scuola, legalità e autorità democratica, la violenza diventa un attacco ai valori dell’Europa.
Non servono generalizzazioni. Ma non servono neppure più alibi.
Comprendere le cause non significa giustificare chi incendia, aggredisce e devasta.
E forse è arrivato il momento che l’Europa lo dica senza paura.
