Nuovi elementi emergono nell’inchiesta sulla morte di Domenico Caliendo, il bambino deceduto dopo il trapianto cardiaco eseguito il 22 febbraio all’ospedale Monaldi di Napoli. Al centro degli accertamenti c’è ora la perizia disposta dal gip Mariano Sorrentino e affidata a tre esperti, chiamati a ricostruire le scelte terapeutiche compiute durante le fasi più delicate dell’assistenza al piccolo paziente.
Secondo quanto riportato nella relazione, l’impiego di un Vad Berlin Heart Excor, un dispositivo meccanico di assistenza ventricolare utilizzato nei pazienti pediatrici con grave insufficienza cardiaca, avrebbe potuto mantenere più a lungo condizioni cliniche compatibili con un nuovo intervento.
In sostanza, il ricorso al cosiddetto “cuore artificiale” avrebbe potuto ampliare la finestra temporale durante la quale Domenico sarebbe rimasto candidabile al ritrapianto, nell’attesa della disponibilità di un nuovo organo.
Un passaggio particolarmente importante, perché proprio il trascorrere del tempo e il progressivo peggioramento delle condizioni generali avrebbero poi compromesso questa possibilità.
I periti si soffermano anche sull'utilizzo dell’Ecmo, la tecnica di circolazione extracorporea che sostituisce temporaneamente le funzioni cardiache e respiratorie. Il suo mantenimento oltre i tempi indicati dalla letteratura scientifica di riferimento, si legge nella relazione, avrebbe favorito l'insorgenza progressiva di complicanze sistemiche.
Complicanze che avrebbero finito per deteriorare il quadro clinico fino a rendere il bambino non più idoneo a ricevere un altro cuore.
La perizia diventa così un nuovo e delicato tassello dell’inchiesta, ma saranno gli inquirenti e, successivamente, gli eventuali giudizi nelle sedi competenti a stabilire responsabilità individuali e rilevanza penale delle condotte contestate.
La famiglia, attraverso il proprio avvocato Francesco Petruzzi, considera tuttavia le conclusioni degli esperti decisive e torna a chiedere una modifica dell’ipotesi accusatoria.
Il legale sostiene che si debba passare dall’omicidio colposo all’omicidio volontario nella forma del dolo eventuale, richiamando proprio quanto emerso dagli accertamenti tecnici. Secondo Petruzzi, dopo il periodo trascorso in Ecmo avrebbe dovuto essere valutato il passaggio a un sistema di assistenza meccanica ventricolare.
Il punto centrale, secondo la difesa della famiglia, riguarda quindi ciò che sarebbe potuto accadere qualora fosse stato utilizzato il dispositivo. Petruzzi riferisce che, sulla base della perizia, Domenico avrebbe conservato la possibilità di essere sottoposto al nuovo trapianto e che, una volta ricevuto il secondo cuore disponibile, le probabilità di sopravvivenza sarebbero state superiori al 70 per cento.
Sono valutazioni destinate ad avere un peso nell'indagine, ma che non consentono, allo stato, di anticipare conclusioni sulle responsabilità penali.
Resta soprattutto la storia drammatica di un bambino e di una famiglia che chiede di sapere se esistesse una strada terapeutica diversa e perché non sia stata percorsa. È questa la domanda alla quale l’inchiesta dovrà cercare di dare una risposta, distinguendo ciò che era concretamente possibile fare, ciò che venne deciso dai sanitari e le ragioni cliniche di quelle decisioni.
Dietro le carte, le consulenze e il linguaggio inevitabilmente tecnico della medicina e della giustizia, rimane il nome di Domenico. E rimane una vicenda nella quale la ricerca della verità non riguarda soltanto l'accertamento di eventuali responsabilità, ma il diritto dei suoi familiari a comprendere fino in fondo che cosa sia accaduto nelle ore in cui ogni scelta poteva diventare decisiva.
