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di Giovanni Macrì

Novara di Sicilia è uno di quei piccoli comuni siciliani, in provincia di Messina, un borgo dei Monti Peloritani, inserito tra i “Borghi più belli d’Italia”, a più di 1300 metri di altitudine. Immerso tra boschi, pinete, immense distese e panorama mozzafiato, che incanta e ammalia con le sue piccole case addossate, la trama dei vicoli talvolta sormontati da archi, le decorazioni delle facciate, l’eleganza degli edifici, il centro storico e la sontuosità delle chiese e che conferiscono fascino a un impianto urbanistico tipicamente medievale.


E’ proprio qui, dove ancora oggi le pecore si alimentano di erba fresca, che si produce un ottimo formaggio, inserito nel presidio “Slow Food”: il Maiorchino, formaggio tipico del messinese che rientra nell’elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT) stilato dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali.
Prodotto con latte di pecora, un prodotto d’eccellenza del novarese di Sicilia, stagionato almeno 24 mesi, una tradizione, ecco che diventa il principale oggetto di un gioco, un vero e proprio torneo.

Il gioco fa la sua comparsa intorno al 1600 e la sua generazione è legata al Carnevale, a una sagra gustosa e a un curioso torneo con delle precise regole da rispettare.


Ogni squadra deve, infatti, indicare il proprio capitano che potrà conferire con i giudici di gara per far eventualmente valere le proprie ragioni.

Ogni squadra deve munirsi di una “lazzada” un filo lungo poco più di un metro che si attorciglia intorno alla forma di formaggio, dal peso di 12 Kg. circa, e che consente al lancio maggiore forza, velocità e precisione.

Inizia il gioco la squadra che risulta sorteggiata per prima, dopo aver fatto una conta delle dita, “‘u toccu”.

Ogni contendente deve lanciare la forma di maiorchino dal punto segnato, senza alcuna rincorsa, facendo leva sul piede d’appoggio “‘u pedi fermu” ; nel caso in cui il maiorchino nel corso della gara dovesse rompersi verrà sostituito con un'altra forma di maiorchino di uguale peso e il lancio precedente verrà ritenuto valido;

Alla fine di ogni gara il maiorchino dovrà essere restituito al circolo “Olimpia” l’associazione che organizza il torneo e la sagra del maiorchino.

Da oltre trent’anni si è ripresa questa tradizione e la competizione, un tempo riservata solo agli uomini, oggi è una gara sia maschile che femminile.

Il tradizionale percorso prende inizio dalla via Duomo (“Cantuea da Chiazza”) e prosegue tra le viuzze del piccolo centro nebroideo per un percorso di circa un chilometro e cento, sino ad arrivare al traguardo fissato alla fine di un muretto del piano don Michele (“‘a Sarva du chièu don Michèri”).

I giocatori delle rispettive squadre si alternano nei tiri dal punto dove è andata a fermarsi la forma di formaggio. Punto che viene segnato in terra con un gessetto.

La squadra, composta da due o tre tiratori, che con il suo ultimo giocatore arriva, supera e va più lontano da Sarva dell’altro, a parità di lanci, risulta la vincitrice ed ha diritto al possesso della posta in palio: una forma di maiorchino (“‘a maiurchèa”).

Nel caso in cui il maiorchino, durante la gara, dovesse rompersi, verrà segnato il punto dove si fermerà il pezzo più grande e verrà sostituito con un’altra forma di maiorchino di eguale peso. E per la gioia di grandi e piccini i pezzi della forma distrutta vengono ad essere accaparrati dai più… veloci.

Come se si sfogliasse un vocabolario antico, si pronunciano, durante il gioco, parole di gallo-italico. Si ascoltano parole ed accenti arcaici. Parole che non si ripetono durante il corso dell’anno, ma soltanto in occasione della sagra novarese.

L’atavico, popolare “gioco del maiorchìno” si svolge nel periodo carnascialesco dall’8 gennaio all’1 marzo. Ai bordi della strada, teatro e scena della competizione, dopo mezzogiorno, si accalca un pubblico appassionato e festante che dopo una annata di attesa, tra l’altro, conoscendo le doti, l’abilità di ogni giocatore-tiratore, ne evidenzia i pregi e i difetti pronosticando pro o contro il possibile vincitore.

Recita l’articolo 5 del gioco: Vince la squadra che raggiunge, per prima il punto di arrivo (‘a sarva) a parità di lanci (corpi). In caso di una eventuale appendice, si prosegue, come da tradizione, per la stradina che porta ai mulini di Corte Sottana.

Molteplici possono essere gli imprevisti, i trabocchetti lungo il percorso, per cui non c’è mai sicurezza di vittoria da ambo le parti. È un gioco, sì di abilità ed esperienza nei lanci, ma anche di tanta fortuna. Per cui può accadere che giocatori meno esperti possano prevalere sui più quotati

Liberandosi da lazzàda (spago) la “maiorchìna” comincia a guadagnare terreno, girando su sé stessa vorticosamente, “rotola, saltella, rimbomba, precipita” lungo la strada, sbattendo qua e la, immettendosi in altri vicoli (vaneddi) non previsti dal gioco, andando poi, non avendo più la forza di girare, a voltarsi e rivoltarsi, adagiandosi a terra, spesso in fossi, che numerosi sono ai margini della strada e spesso andando “a tombolare” sotto le case, incombenti su profonde cavità (cattafùcchi) esistenti tra le case stesse e la strada elevata. Questi pericoli, che danno meno possibilità di vittoria sono disseminati lungo il Vallone Falanga e lungo la via che porta al piano don Michele. Quando la “maiorchìna” scattante, spedita e diritta, percorre l’itinerario prestabilito, coralmente viene applaudito il bel colpo, riuscito e azzeccato.

La festa così vissuta richiama tanti turisti o appassionati di questo torneo dalle zone limitrofe immergendo tutti nelle tradizioni storiche ed enogastronomiche, prodotti tipici locali, tanti e genuini, facendo così scoprire un paese, i suoi abitanti… un torneo sicuramente bizzarro. Al termine della gara il pubblico potrà sedersi a banchettare alla Festa del Maiorchino, assistendo alla preparazione della ricotta locale e gustando i sapori locali con l’inevitabile la banchettata a base di maccheroni di casa con sugo della salsiccia.

 

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Info Autore
Giovanni Macrì
Author: Giovanni Macrì
Biografia:
Medico chirurgo-odontoiatra in Barcellona Pozzo di Gotto (ME) dal 1982 dove vivo. Ho 63 anni e la passione per la scrittura è nata dal momento che ho voluto mettere nero su bianco parlando della “risurrezione” di mia figlia dall’incidente che l’ha resa paraplegica a soli 22 anni. Da quel primo mio sentito progetto ho continuato senza mai fermarmi trovando nello scrivere la mia “catarsi”. Affrontando temi sociali. Elaborando favole, romanzi horror, d’amore e polizieschi. Non disdegnando la poesia in lingua italiana e siciliana, e completando il tutto con l’hobby della fotografia. Al momento ho 12 pubblicazioni con varie case editrici.
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