di Stefano Dentice
La poliedricità stilistica è il suo asso nella manica. Il magnetismo comunicativo è la freccia più acuta del suo arco artistico. La creatività è il suo fuoco vivo che sprigiona durante i concerti.
Petra Magoni è un diamante raffinato della musica italiana. Cantante di puro e raro talento, riconosciuta e stimata in ambito nazionale e internazionale, martedì 21 aprile alle 20:00, a Limoges (Francia), esordirà con un progetto nuovo di zecca dedicato a un’icona sacra della musica colta: Antonio Vivaldi. Con lei, sul palco, il mandolinista francese Vincent Beer-Demander e il Quintetto 1001 Notes.
La meravigliosa “Basilique Saint-Michel-des-Lions” di Limoges sarà la venue dove terrai un concerto, da protagonista, in occasione del prestigioso “Festival 1001 Notes”. Il repertorio sarà tutto incentrato su una singolare (ri)lettura della musica di Antonio Vivaldi, figura iconica del barocco. Tu, attraverso la tua spiccata e riconoscibile personalità artistica, che tipo di chiave interpretativa stai cercando per rinverdire le composizioni di questo straordinario musicista?
«Con una formazione che non è quella canonica, canterò lo Stabat Mater e l’Andante in versioni molto simili rispetto a quelle originali. Poi interpreterò un’Ave Maria composta da Vincent Beer-Demander, scritta appositamente in stile vivaldiano, e per due estratti quali il I Movimento della Primavera e il II Movimento dell’Inverno ho aggiunto delle parole, per brani strumentali, non inventate da me ma tratte da alcuni sonetti che lo stesso Vivaldi ha scritto per spiegare ogni movimento delle Quattro Stagioni. Non credo che in tanti conoscano questi sonetti esplicativi poi tradotti in musica. Invece, per quanto riguarda la vocalità, trattandosi di brani che non richiedono una grande estensione, ma pensati più per un contralto, credo che utilizzerò una tecnica mista: in alcune parti più da musica antica, in altre più moderna. Questa è la mia intenzione dal punto di vista interpretativo. Piccola curiosità: Vivaldi è morto il 28 luglio, il giorno del mio compleanno (sorride, ndr)».
Condividerai il palco con il già citato Vincent Beer-Demander, uno fra i più grandi mandolinisti francesi in attività, e con il Quintetto 1001 Notes. Proprio con il musicista transalpino collabori già da tempo anche in altri progetti. Quando e com’è nato il feeling artistico con lui?
«Ho conosciuto Vincent Beer-Demander tramite due miei cari amici, entrambi chitarristi classici, marito e moglie, italiani che vivono a Parigi da sempre. Lei, Roberta Roman, aveva avuto una brillante idea su “La Petite Naples”, uno spettacolo musicale che racconta il dramma di 20000 persone, quasi tutti italiani, residenti a Marsiglia, deportati nei campi di concentramento. Un progetto che abbiamo già presentato dal vivo e che riproporremo proprio a Limoges a luglio. Successivamente, Vincent mi ha coinvolto in varie situazioni: dal tango argentino con il fisarmonicista italo-francese Grégory Daltin, a un trio con il polistrumentista transalpino Claude Salmiéri, con il quale nella scorsa estate abbiamo fatto due concerti qui in Italia su un repertorio dedicato alle canzoni francesi, oltre ad altri contesti. Vincent Beer-Demander è un musicista in grande ascesa, è bravissimo sia come mandolinista che come compositore. Quindi devo dire che sono molto in sintonia con lui, anche perché è un vulcano di idee».

Questo insolito e creativo tributo a Vivaldi è una prima assoluta. Un esordio in Francia, un Paese che nel corso della tua carriera è diventato una sorta di seconda patria artistica per te. Tu, in oltre trent’anni di attività concertistica, ti sei esibita in tutto il mondo. Ma se dovessi paragonare la terra transalpina all’Italia, specialmente sotto l’aspetto della cultura musicale e della sensibilità di ascolto da parte del pubblico, troveresti più analogie o più differenze?
«La Francia, sul piano concertistico, è il Paese che ho frequentato di più; ovviamente insieme all’Italia. Le differenze fra queste due nazioni sono evidenti: in genere, da noi, si mangia benissimo, però a volte l’impianto audio non è proprio ottimale. In terra transalpina, invece, è l’opposto: i sistemi di amplificazione sono di altissimo livello, ma di solito si mangia molto male. In Italia si dà più importanza all’accoglienza dal punto di vista umano, sotto l’aspetto della condivisione a 360 gradi. Lì, invece, questo è rarissimo. Di contro, però, ci sono più certezze per quanto riguarda il risultato musicale. Ma non solo, perché a Parigi e dintorni, se dici che sei un musicista, non ti chiedono quale lavoro tu faccia. Lì sei considerato un lavoratore a tutti gli effetti, con il diritto alle ferie pagate, alla disoccupazione. Insomma, se sei residente in Francia, puoi beneficiare di moltissimi aiuti. In Italia, purtroppo, tutto ciò non esiste. Il musicista viene trattato come un hobbista. È vero, la musica è soprattutto una passione, ma è doveroso considerare un artista esattamente come un altro lavoratore. Altra piccola curiosità, a proposito di “prima assoluta”, non avevo mai cantato a Limoges, mentre invece mi sono esibita praticamente in tutta la Francia. Una prima volta per me, in questo senso».
(Ri)tornando a questa ardita rivisitazione vivaldiana, il tuo proverbiale eclettismo stilistico può rappresentare la vera marcia in più per dare un’impronta interpretativa molto personale alle opere del “Prete Rosso”?
«Penso che dal punto di vista vocale cercherò di interpretare i brani in modo non del tutto filologico, ma in maniera moderna. Vincent Beer-Demander mi conosce bene e ha scelto proprio determinati brani perché si aspetta che io li canti seguendo questa direzione. Invece, credo che il mio estro possa emergere soprattutto sui due movimenti delle “Quattro Stagioni” dove aggiungo i testi di cui parlavo prima».
Dando libero sfogo alla tua fervida immaginazione: se Vivaldi fosse ancora in vita e se vedesse questo concerto, pensi che potrebbe storcere il naso o credi che potrebbe apprezzare una versione «2.0» della sua musica?
«Quando ho affrontato il repertorio di Mozart, nello specifico Il Flauto Magico e Don Giovanni, seppur con il mio stile, il compositore austriaco secondo me avrebbe apprezzato, considerando la sua personalità così effervescente e scherzosa. Il “Prete Rosso”, che in realtà non celebrava la messa a causa di gravi problemi di salute, aveva creato un’orchestra di ragazze, le orfanelle del “Pio Ospedale della Pietà” di Venezia, poi diventata famosa in tutta Europa, con i violini Guarneri del Gesù. Quindi prendere delle orfanelle, formare un’orchestra e portarle in giro a livello internazionale, credo sia stata un’idea innovativa. Non penso che a lui dispiacessero alcune forme di innovazione. Certo, sono trascorsi diversi secoli, il mondo si è evoluto, per cui secondo me lui potrebbe apprezzare se fosse ancora in vita. Il nostro intento è quello di modernizzare la musica di Antonio Vivaldi, ma senza stravolgerla e rispettando comunque la sua scrittura compositiva».
Dopo il debutto francese potrà esserci occasione di portare questo spettacolo in Italia, magari a Venezia, visto e considerato che lui era originario proprio della città lagunare?
«Sarebbe molto bello, così come lo sarebbe per “La Petite Naples” e per qualsiasi altro mio progetto. A proposito di Venezia, ho la terza curiosità: un amico di mio padre abita lì, nella casa dov’è nato Vivaldi. Ovviamente c’è una targa fuori, per cui spesso i turisti suonano e chiedono di visitare la casa. Lui li fa entrare, ma addirittura dorme nella stanza del “Prete Rosso”. Antonio Vivaldi nacque durante un terremoto e, come già detto, aveva problemi di salute molto seri, nello specifico l’asma bronchiale. Motivo per cui, come raccontavo in precedenza, logicamente non poteva celebrare la messa. Bensì si è dedicato totalmente all’attività musicale, soprattutto in qualità di compositore e direttore d’orchestra».
La foto di copertina è di MASSIMO ZANCONI - FOTO STUDIO PRINT

