Storia di Fadi, giornalista ucciso a Gaza, e di una canzone che ha ispirato più di una vita
Prefazione
Le storie che leggiamo non sono tutte uguali.
Alcune le inventiamo per intrattenere, altre ci vengono addosso come macerie, senza possibilità di scansarci. Quella che state per leggere appartiene alla seconda categoria. Non è un’invenzione. È reale. Ho cambiato i nomi per rispetto e per proteggere chi resta, ma i fatti sono accaduti. In un altro tempo, in un’altra vita, con altri volti. Ma sono accaduti davvero.
Ad accompagnarmi, mentre scrivevo e ricordavo di quell’ultima volta nella Striscia con l’amico Wael Dahdouh, capo della redazione di Gaza di Al Jazeera, a farci come sempre da Cicerone, c’era una canzone: Pride (In the Name of Love) degli U2.
La conoscono in tanti, eppure anche in quei giorni, a Gaza, mi suonava diversa. La canticchiavo, a volte sottovoce, a volte solo nella testa, quasi fosse un talismano. Mi ricordava che, nonostante il dolore, restava un filo che legava ogni gesto: l’amore.
Ho visto con i miei occhi quello che Fadi — nome fittizio, storia reale — avrà visto mille volte. Siamo stati lì anche noi, io e altri colleghi reporter, in mezzo al rumore delle bombe, alle macerie che si alzavano come polvere, ai silenzi pesanti che precedono le esplosioni. Abbiamo respirato la stessa aria densa, la stessa polvere di Gaza che ha respirato Fadi. Per questo quello che leggerete non è solo la sua storia, ma è anche la nostra storia, quella che abbiamo condiviso con lui e con tanti altri giornalisti in guerra. Vi chiediamo solo una cosa: leggetela con lo stesso rispetto con cui è stata scritta. Perché non parla di eroi, né di martiri. Parla di uomini, di donne, di padri, di figli. Parla di noi.
Finché avrò voce – in nome dell’amore
Massimo Reina
All’alba, il silenzio ha un suono diverso a Gaza. Non è mai davvero silenzio. È un’attesa tesa, una specie di respiro trattenuto. Una pausa tra un’esplosione e la prossima. In quell’ora incerta, quando il cielo non è né nero né azzurro, Fadi si svegliava per primo. Accendeva il telefono, controllava le notizie, caricava la videocamera. Poi baciava la fronte dei suoi figli ancora addormentati, e usciva.
Lo conoscevano in tanti. Non era famoso, no.
Era necessario.
Uno di quelli che andavano dove non si doveva andare. Dove cadevano le bombe. Dove piangevano le madri. Dove i cadaveri stavano ancora sotto le macerie e il mondo faceva finta di non vedere.
Fadi non faceva domande difficili. Faceva domande umane.
“Come ti chiami?”
“Chi hai perso?”
“Cosa sogni per tuo figlio?”
Poi accendeva il microfono. Non per sé, ma per loro.
Non portava giubbotti antiproiettile nuovi, né droni, né protezione internazionale. Solo un casco usurato con la scritta PRESS sbiadita.
E negli occhi quella cosa rara che in Palestina si confonde con la follia: la speranza.
Diceva sempre che raccontare era il suo modo di resistere.
Che le parole non fermano i missili, ma restano.
Che se anche tutto va in fumo, qualcuno, da qualche parte, un giorno leggerà. E saprà.
La mattina in cui è morto, stava documentando l’ennesimo bombardamento su Deir al-Balah.
Un attacco “chirurgico”, come lo chiamano da lontano, quelli che non vedono gli ospedali sbriciolati né i bambini senza più nome.
Fadi era lì. In piedi. Con la videocamera accesa.
Poi il colpo.
Poi la polvere.
Poi più niente. O quasi.
Quando lo hanno trovato, aveva ancora la mano stretta sul microfono. Come se volesse tenerlo vivo anche da morto. Come se volesse dire: “Non finisce qui”.
Sul taccuino, una frase scritta la sera prima:
“Anche oggi racconterò. Finché avrò voce.”
La notizia ha girato veloce.
Un altro giornalista morto.
Un’altra statistica.
Un altro comunicato.
Un altro silenzio.
Ma per sua moglie, che da quel giorno dorme con la sua giacca sulla sedia accanto al letto, non è stato solo un “altro”.
Per i suoi figli, non era un reporter.
Era il papà che tornava ogni sera con le tasche piene di cioccolatini, sabbia e verità.
Per chi lo conosceva, era quello che portava pane e videocamera con la stessa cura.
Che piangeva in silenzio quando vedeva una scuola sventrata.
Che rideva forte quando raccontava di come aveva chiesto la mano di sua moglie: senza anello, ma con una poesia letta sottovoce sul tetto, sotto le bombe.
C’è un verso, nel testo di Pride (In the Name of Love) che dice:
One man come in the name of love… One man come and go.
Un uomo viene in nome dell’amore… un uomo viene e va.
Fadi è venuto in nome dell’amore.
Per la sua terra, per i suoi bambini, per la dignità di chi non ha voce.
Se n’è andato con la videocamera ancora accesa.
E la sua morte, come quella di chi si rifiuta di odiare, non è la fine.
Perché la violenza può zittire una voce.
Ma non può cancellare le domande che quella voce ha lasciato.
Non può distruggere l’amore che ha generato.
Non può seppellire le immagini che ha salvato.
Ogni volta che un ragazzo a Rafah prende in mano un telefono per filmare l’ingiustizia, ogni volta che un bambino scrive “papà” su un foglio e disegna una telecamera, ogni volta che un cronista racconta la verità senza paura, Fadi ritorna.
Non come martire.
Non come eroe.
Ma come uomo che ha amato. E che non ha smesso, nemmeno sotto le bombe.
One man come in the name of love.
Postfazione
Secondo l’ONU, il bilancio dall’inizio dell’invasione israeliana in Palestina è drammatico: almeno 260 giornalisti palestinesi sono stati uccisi.

