di Fiore Sansalone
C’è una pietra, raccolta su una spiaggia e venduta per cinquanta centesimi da due bambine, che racconta molto più di quanto sembri.
Francesco Dattilo, in un breve video, parte proprio da lì. Da quel piccolo oggetto scelto con cura, messo in un secchiello e proposto a un adulto con la semplicità di chi, a dieci o dodici anni, non sta facendo commercio internazionale né evasione fiscale: sta semplicemente provando a fare qualcosa.
Quelle bambine avevano osservato la spiaggia, scelto le pietre più belle, dato loro un valore e trovato il coraggio di avvicinarsi a qualcuno per venderle.
Cinquant’anni fa probabilmente nessuno ci avrebbe visto nulla di strano.
Oggi, invece, siamo diventati bravissimi a trasformare tutto in un problema.
Lo stesso è accaduto, con modalità diverse da quelle inizialmente circolate sui social, ai tre giovanissimi di Pradamano che avevano allestito un piccolo banchetto con limonata, acqua, dolci e frutta per mettere insieme qualche soldo e comprarsi un vecchio Piaggio Ciao.
Non sono stati multati e non c’entravano le tasse. Dopo la segnalazione di un cittadino, la Polizia locale è intervenuta spiegando alla famiglia che per un’attività di somministrazione di alimenti e bevande sarebbero state necessarie determinate autorizzazioni e cautele igienico-sanitarie.
Tutto corretto.
Le regole esistono e vanno rispettate.
Ma possibile che ci siamo fermati qui?
Possibile che davanti a tre ragazzini che non chiedono soldi ai genitori, non passano il pomeriggio davanti a uno schermo e non aspettano che qualcuno regali loro ciò che desiderano, qualcuno senta come prima esigenza quella di fare una segnalazione?
È questo il punto.
Da anni ripetiamo che i giovani non hanno iniziativa. Che non sanno sacrificarsi. Che vogliono tutto subito. Che sono cresciuti in una società che li protegge troppo e responsabilizza troppo poco.
Poi, quando qualcuno di loro prende un tavolino, prepara una limonata e prova a guadagnarsi da solo qualche euro, il primo riflesso dell’adulto diventa chiedersi quale norma stia violando.
C’è qualcosa che non torna.
Educare al rispetto delle regole è indispensabile. Ma educare significa anche insegnare a immaginare, tentare, costruire, assumersi piccoli rischi e scoprire che dietro una soddisfazione può esserci un piccolo sforzo.
Non tutto ciò che è spontaneo deve essere immediatamente incasellato, autorizzato, registrato e regolamentato.
A volte un bambino che vende una pietra non ha bisogno di un regolamento.
Ha bisogno di qualcuno che la compri.
Non perché quella pietra valga davvero cinquanta centesimi, ma perché quel gesto può valere moltissimo.
Dentro ci sono iniziativa, osservazione, fantasia, capacità di presentarsi agli altri e perfino una primitiva forma di imprenditorialità.
È quello che Dattilo definisce, con un’espressione che merita di essere raccolta, “spirito italiano”.
Quello spirito fatto di inventiva, di capacità di cavarsela, di trasformare poco in qualcosa, di non aspettare sempre che siano gli altri a risolvere i problemi.
Un tratto che ha accompagnato per decenni artigiani, commercianti, piccoli imprenditori e famiglie italiane che spesso hanno costruito attività importanti partendo da quasi nulla.
E allora forse la domanda non è se quei ragazzi avessero tutti i requisiti amministrativi per vendere una limonata.
La domanda è un’altra.
Siamo ancora capaci di riconoscere il valore di un ragazzo che prova a guadagnarsi qualcosa con le proprie mani?
Perché c’è un rischio molto più grande di una limonata venduta senza autorizzazione.
È crescere una generazione alla quale abbiamo spiegato perfettamente tutto ciò che non può fare, dimenticandoci di insegnarle ciò che potrebbe diventare.
Le regole sono importanti.
Ma anche il buon senso lo è.
E forse, ogni tanto, davanti a un bambino con un secchiello pieno di pietre, potremmo smettere per un momento di cercare il comma giusto.
E comprarne una.
Non per pietà.
Per incoraggiarlo a provarci ancora.
* L’editoriale prende spunto da una riflessione di Francesco Dattilo pubblicata in un video sui social.

