di Monica Vendrame
Il Marocco deve rispondere di quanto accaduto nei giorni scorsi a Ceuta.
Rabat non può presentarsi come partner affidabile dell’Unione Europea, ricevere sostegno economico e collaborazione politica e poi utilizzare il controllo dei flussi migratori come una leva contro la Spagna.
Le migliaia di persone riversatesi in poche ore nell’enclave spagnola non sono comparse dal nulla. Un movimento di quelle dimensioni non può sfuggire alle autorità di un Paese che, quando vuole, sorveglia rigidamente le proprie frontiere. Il sospetto è dunque inevitabile: il Marocco ha perso davvero il controllo oppure ha scelto di allentarlo per impartire una lezione a Madrid?
È qui che cadono gli alibi di Rabat.
L’immigrazione diventa un’arma diplomatica: il confine viene chiuso quando arrivano finanziamenti, accordi e concessioni; viene improvvisamente aperto quando occorre ricordare all’Europa quanto siano fragili le sue frontiere meridionali.
Un ricatto cinico, esercitato sulla pelle di uomini, donne e bambini illusi dalla possibilità di raggiungere facilmente l’Europa, spinti verso il mare e abbandonati senza assistenza. Le prime vittime della strategia marocchina sono proprio loro: esseri umani trasformati in pedine di una partita politica che non appartiene loro.
A rendere il quadro ancora più inquietante c’è la grazia reale concessa poco tempo prima da Mohammed VI a numerosi condannati. Il provvedimento non dimostra alcun legame con gli eventi di Ceuta e sarebbe scorretto sostenere il contrario. Ma Rabat dovrebbe chiarire anche se tra le persone lasciate passare vi fossero individui recentemente scarcerati. Non servono insinuazioni: servono nomi, controlli e risposte.
La pressione esercitata sulla Spagna potrebbe essere legata innanzitutto alle scelte del governo di Pedro Sánchez. Madrid ha assunto posizioni durissime nei confronti di Israele e ha avuto forti contrasti anche con Donald Trump. Il Marocco, invece, mantiene rapporti privilegiati sia con Washington sia con il governo di Benjamin Netanyahu.
Non esiste alcuna prova di una regia americana o israeliana. Tuttavia è legittimo domandarsi se l’indebolimento di Sánchez possa aver fatto comodo anche a chi considera il presidente spagnolo un interlocutore scomodo. Gli interessi politici possono convergere senza che esista necessariamente un ordine impartito dall’alto.
Sul fondo resta anche la storica rivalità tra Marocco e Algeria, alla quale la Spagna si è progressivamente avvicinata. Un rapporto che Rabat osserva con crescente insofferenza e che potrebbe aver contribuito ad aggravare lo scontro con Madrid.
C’è poi un’altra pista che non può essere ignorata: quella degli interessi criminali che ruotano attorno allo Stretto di Gibilterra. In quel passaggio strategico transitano ogni giorno merci, risorse energetiche e grandi flussi commerciali, ma anche droga, armi, denaro sporco e carichi clandestini gestiti dalle organizzazioni mafiose.
Gli accordi destinati a rafforzare i controlli nell’area di Gibilterra e a modificare alcune regole doganali e fiscali potrebbero aver disturbato affari enormi. Non vi sono prove che le mafie abbiano organizzato l’afflusso verso Ceuta, ma sarebbe ingenuo escludere che possano aver approfittato del caos o avuto interesse ad alimentarlo.
Quando una frontiera strategica viene travolta da migliaia di persone, mentre lungo le stesse rotte operano reti criminali internazionali, non basta parlare di un improvviso cedimento dei controlli. Occorre domandarsi chi abbia guadagnato da quel disordine e chi abbia avuto interesse a provocarlo.
La prima responsabilità, però, resta del Marocco. È Rabat a controllare quella frontiera ed è Rabat a dover spiegare perché, proprio in quei giorni, la sorveglianza sia venuta meno.
La risposta europea non può limitarsi alla sospensione temporanea di Schengen o al ripristino dei controlli interni. Sono misure che possono rallentare gli spostamenti, ma non colpiscono chi ha provocato la crisi. Ancora una volta Bruxelles tenta di contenere gli effetti senza avere il coraggio di affrontarne la causa.
L’Unione Europea dovrebbe pretendere spiegazioni formali dal governo marocchino e accertare se le partenze siano state favorite, organizzate o consapevolmente tollerate. Qualora emergessero responsabilità dirette, dovrebbero seguire conseguenze diplomatiche ed economiche.
Perché un partner non minaccia i confini europei, non scarica migliaia di persone sul territorio di un altro Stato e non usa la disperazione umana per regolare i propri conti politici.
Oggi il bersaglio è la Spagna. Domani potrebbe essere l’Italia, la Grecia o qualsiasi altro Paese mediterraneo. Se questo ricatto funziona una volta, verrà utilizzato ancora.
Il Marocco deve scegliere: essere un interlocutore affidabile dell’Europa oppure continuare a utilizzare i migranti come arma diplomatica. Non può fare entrambe le cose.
E Bruxelles deve finalmente decidere se intende difendere i propri confini o continuare a finanziare chi li apre e li chiude secondo convenienza.

