di Monica Vendrame
L’Italia non ha ancora trovato il nuovo commissario tecnico, ma in compenso ha già celebrato il processo.
Nessun illecito, nessuna squalifica, nessuna dichiarazione compromettente: è bastato un contratto commerciale con una società russa per trasformare Andrea Pirlo da possibile allenatore della Nazionale a problema politico nazionale.
Pirlo ha annunciato di aver appreso di non essere più candidato alla panchina azzurra. La sua possibile nomina si è arenata nel pieno delle polemiche sulla collaborazione con Fonbet, bookmaker russo del quale è stato ambasciatore. L’ex campione del mondo ha precisato che il rapporto aveva natura esclusivamente commerciale e sportiva, senza alcun significato politico. Ma la precisazione non è bastata.
Quando entra in funzione il tribunale della rispettabilità pubblica, le spiegazioni diventano quasi un’aggravante. Chi prova a difendersi viene sospettato di voler nascondere qualcosa; chi tace viene considerato colpevole per mancata smentita. Non servono giudici, prove o contestazioni formali: basta sollevare il sospetto, consegnarlo ai professionisti dell’indignazione e aspettare che la sentenza venga emessa sui giornali e sui social.
La vicenda Pirlo racconta innanzitutto il disastro di un calcio italiano incapace di assumersi una responsabilità. Nessuno sembra più disposto a compiere una scelta e a difenderla. Si preferisce annusare il vento, misurare le reazioni politiche e lasciare che il candidato venga arrostito lentamente sulla pubblica piazza.
Altro che progetto tecnico.
La Nazionale avrebbe bisogno di idee, autorevolezza e coraggio. Ha trovato invece l’ennesimo pasticcio, condito da sospetti, veti e retromarce. La candidatura di Pirlo, sostenuta da Paolo Maldini e Leonardo, è naufragata; subito dopo, entrambi hanno lasciato gli incarichi federali ricevuti appena pochi giorni prima.
Nel giro di una manciata di giorni, il progetto costruito attorno a loro si è disintegrato senza che fosse disputata una partita, sbagliata una convocazione o persa una gara ai rigori.
Abbiamo inventato la sconfitta preventiva.
Sulle capacità di Pirlo si poteva discutere. Il suo percorso da allenatore non è al riparo dalle critiche e nessuno può sapere se sarebbe stato l’uomo giusto. Ma almeno sarebbe stato un dibattito calcistico, basato sui risultati, sull’esperienza e sulla gestione dello spogliatoio.
Invece è comparsa Fonbet e improvvisamente il pallone è sparito.
Il fatto che l’azienda sia russa ha finito per pesare più delle competenze dell’allenatore. Il contratto è stato caricato di un significato politico che Pirlo ha sempre respinto. Non serviva dimostrare che avesse sostenuto il governo di Mosca: è bastato il rapporto professionale perché si aprisse il fascicolo morale.
Ormai funziona così. Non vieni più giudicato per ciò che fai o affermi, ma per le relazioni che intrattieni, i luoghi nei quali hai lavorato e la provenienza dei soggetti con cui hai firmato un contratto.
Hai lavorato con una società russa? Qualcuno comincerà subito a chiederti cosa pensi di Putin. Il passo successivo è breve: trasformarti in un sospetto.
La colpa non deve più essere provata. Basta suggerirla.
Poi arrivano le etichette: filorusso, putiniano, propagandista, nemico dell’Occidente. Parole distribuite con grande generosità soprattutto da chi, non avendo argomenti, ha bisogno di un marchio da imprimere sulla fronte dell’avversario.
Naturalmente, questa severità non è universale. È selettiva, elastica e si attiva soltanto quando conviene. Il mondo è pieno di governi autoritari, guerre, violazioni dei diritti umani e affari poco presentabili, eppure non tutti i rapporti commerciali vengono sottoposti allo stesso esame morale.
Alcuni denari risultano scandalosi, altri perfettamente profumati. Alcune collaborazioni indignano, altre vengono definite pragmatismo internazionale.
Dipende dal bersaglio del giorno.
La morale a corrente alternata è una delle grandi specialità del nostro tempo: inflessibile con i nemici ufficiali, distratta con gli amici utili.
La coscienza, evidentemente, possiede un interruttore.
Il caso Pirlo non dimostra soltanto che la politica è entrata nello sport. Dimostra qualcosa di peggio: lo sport ha smesso di difendere la propria autonomia.
Nessuno pretende che le federazioni ignorino comportamenti illegali o situazioni realmente incompatibili con un incarico pubblico. Ma qui non emerge alcun illecito attribuito a Pirlo. Emerge una collaborazione professionale diventata politicamente ingombrante.
Se un contratto era legittimo quando è stato firmato, non può trasformarsi retroattivamente in una colpa perché nel frattempo è cambiato il clima internazionale. Altrimenti non esistono più regole, ma soltanto convenienze temporanee.
Oggi sei presentabile. Domani non lo sei più. Non perché tu abbia fatto qualcosa di diverso, ma perché qualcun altro ha deciso di reinterpretare il tuo passato.
È il regno dell’«opportunità», parola elegante dietro la quale spesso si nasconde la vigliaccheria di chi non vuole pronunciare un sì o un no assumendosene la responsabilità.
La censura moderna, del resto, raramente si presenta con il volto severo del divieto. È molto più raffinata. Non dice: «Non puoi farlo». Fa capire che puoi farlo, ma che potresti perdere un incarico, una collaborazione o la reputazione. Poi lascia che il timore compia il lavoro al posto suo.
E tutto avviene, naturalmente, in nome della libertà, della democrazia e dei valori occidentali. Parole sacrosante che qualcuno ha trasformato in randelli da usare contro chi non si allinea con sufficiente rapidità.
L’Occidente afferma di difendere una società aperta e pluralista. Ma se comincia a giudicare le persone sulla base di rapporti professionali leciti, ad attribuire loro idee mai manifestate e a stabilire quali frequentazioni siano moralmente accettabili, rischia di imitare proprio quei metodi che sostiene di combattere.
Con una differenza: noi lo facciamo con il sorriso democratico sulle labbra e un comunicato sull’inclusione già pronto nel cassetto.
La politica, nel frattempo, potrebbe occuparsi dei propri disastri. Potrebbe spiegare perché i servizi pubblici peggiorano, gli stipendi arrancano, i giovani continuano ad andarsene e il Paese riesce a trasformare ogni decisione in una guerra tra fazioni.
Ma sono questioni faticose. Molto più semplice controllare il curriculum commerciale di Pirlo, agitare lo spauracchio russo e atteggiarsi a custodi della democrazia europea.
Governare decentemente richiede capacità. Distribuire patenti morali richiede soltanto una telecamera accesa.
Dopo aver bruciato la candidatura di Pirlo e mandato in frantumi il gruppo dirigente appena insediato, la Federazione è stata costretta a riaprire la ricerca del commissario tecnico.
Forse Pirlo non sarebbe stato un grande commissario tecnico. Forse avrebbe fallito. Ma almeno sarebbe stato giudicato per una formazione sbagliata, una convocazione discutibile o una partita persa.
Invece è stato travolto prima ancora di sedersi in panchina, nel Paese in cui le sentenze arrivano velocissime e le decisioni serie non arrivano mai.
Però adesso sappiamo con certezza da quale bookmaker non deve passare.
Un progresso straordinario.

