di Monica Vendrame
Il punto non è il meme. O, almeno, non è solo il meme.
Il punto è ciò che quel meme racconta. Donald Trump che pubblica su Truth Social una foto con Giorgia Meloni accompagnata dalla scritta “restraining order needed”, cioè “serve un ordine restrittivo”, non è una battuta da archiviare con una scrollata di spalle. È uno sberleffo politico. È un gesto di disprezzo pubblico verso il capo del governo italiano. Ed è tanto più grave perché arriva dopo mesi in cui l’Europa, e l’Italia in particolare, hanno spesso preferito abbassare lo sguardo davanti alle pretese americane.
Trump ha imposto dazi, ha alzato il tiro sulla NATO, ha chiesto agli alleati di arrivare al 5% del PIL in spese per la difesa, ha scaricato sull’Europa una parte crescente del peso dell’Ucraina, ha gestito la crisi con l’Iran secondo logiche unilaterali e ha preteso fedeltà anche quando gli interessi europei non coincidevano affatto con quelli di Washington.
Eppure, nella maggior parte dei casi, nessuno si è davvero indignato. Nessuno ha alzato la voce. Nessuno ha detto con chiarezza che un’alleanza non può trasformarsi in obbedienza automatica.
Poi arriva il calcio, e improvvisamente tutti si svegliano.
Trump interviene sulla FIFA per la squalifica di un giocatore statunitense, la sanzione viene revocata e l’indignazione europea esplode. Giustamente, perché anche lo sport dovrebbe restare al riparo dalle pressioni del potere politico. Ma la domanda resta: possibile che l’Europa trovi la forza di indignarsi solo quando viene toccato il pallone?
Possibile che per mesi si accettino pressioni, imposizioni, provocazioni e umiliazioni diplomatiche, mentre lo scandalo vero diventa la squalifica cancellata a un calciatore?
Il problema non è soltanto Trump. Il problema è il modo in cui l’Italia e l’Europa hanno scelto di stare davanti a Trump. Perché quando un alleato viene trattato come un padrone, prima o poi quel padrone finisce per crederci davvero. E comincia a comportarsi di conseguenza.
Per anni ci è stato raccontato che l’Italia era tornata centrale nello scacchiere internazionale. Che il governo italiano aveva ristabilito prestigio, autorevolezza, peso politico. Ma il prestigio non si misura dalle foto nei vertici internazionali. Si misura dalla capacità di dire no quando è necessario. Si misura dalla capacità di difendere gli interessi nazionali senza paura di irritare Washington.
Il caso del 5% del PIL per la difesa è emblematico. Per l’Italia significherebbe avvicinarsi a una cifra enorme, superiore ai cento miliardi l’anno. Soldi che verrebbero sottratti, direttamente o indirettamente, a un Paese già in difficoltà: stipendi bassi, sanità sotto pressione, scuola pubblica in affanno, famiglie schiacciate dal costo della vita, territori che chiedono servizi essenziali prima ancora che nuove forniture militari.
Non si tratta di negare la necessità della difesa. Si tratta di stabilire chi decide le priorità di uno Stato sovrano. Roma o Washington? Il Parlamento italiano o la Casa Bianca? I bisogni dei cittadini o gli interessi dell’industria bellica americana?
La Spagna, almeno su questo, ha avuto il coraggio di dire no. Ha rivendicato il diritto di spendere quanto ritiene sostenibile, secondo le proprie risorse e le proprie priorità. L’Italia dovrebbe fare lo stesso. Non per antiamericanismo, ma per dignità politica.
Gli Stati Uniti sono un alleato, non un tutore. Sono un partner quando gli interessi coincidono. Ma quando quegli interessi divergono, l’Europa ha il dovere di difendere se stessa.
Ed è qui che la vicenda Meloni-Trump diventa più ampia della polemica personale. Perché oggi il presidente americano può permettersi di sbeffeggiare pubblicamente la premier italiana anche perché, fino a ieri, gli è stato concesso quasi tutto. Gli si è concesso il linguaggio del ricatto. Gli si è concesso il tono del padrone. Gli si è concesso di parlare agli alleati come se fossero debitori permanenti.
La vera risposta non dovrebbe essere una nota diplomatica. Non dovrebbe essere l’ennesima frase di circostanza sui rapporti storici tra Italia e Stati Uniti. La vera risposta sarebbe politica.
Al vertice NATO, Giorgia Meloni dovrebbe dire con chiarezza che il 5% del PIL l’Italia non lo accetta. Che la difesa europea non può essere costruita a colpi di imposizioni americane. Che i soldi degli italiani non possono essere impegnati per anni in una corsa agli armamenti decisa altrove. Che un alleato si rispetta, non si umilia.
Paradossalmente, se lo facesse, raccoglierebbe l’applauso anche di molti che non l’hanno mai votata. Perché qui non si tratta di destra o sinistra. Si tratta di sovranità, serietà e dignità nazionale.
L’Europa deve smettere di svegliarsi solo quando Trump mette le mani sul calcio. Deve svegliarsi quando qualcuno pretende di decidere il suo bilancio, la sua politica estera, le sue priorità, il suo ruolo nel mondo.
Perché il problema non è il meme.
Il problema è che, a furia di inchinarsi, si finisce per essere trattati da servi.
*editoriale ispirato da una riflessione di Danilo Torresi

