Droni, bambini colpiti, fosse comuni e un’Europa incapace di sanzionare Netanyahu
di Monica Vendrame
Il commento di denuncia di Gianluca Ferrara ha riportato al centro una notizia che avrebbe dovuto aprire i telegiornali europei per giorni: diciotto bambini palestinesi sarebbero stati colpiti da piccoli droni armati con colpi singoli alla testa, al collo, al torace o all’addome.
Non lo denuncia Hamas, non lo racconta una voce anonima, non lo sostiene una fonte di parte: lo mette nero su bianco un rapporto del progetto Costs of War della Brown University, firmato anche dalla dottoressa americana Mimi Syed, medico d’urgenza che ha lavorato negli ospedali di Gaza.
È una notizia sconvolgente. Una di quelle davanti alle quali non si può fingere misura, non si può usare il linguaggio diplomatico, non si può cercare rifugio nelle solite formule prudenti. Perché qui non si parla soltanto di bambini morti sotto le bombe, già di per sé un orrore insopportabile. Qui si parla di bambini che, secondo testimonianze e ricostruzioni mediche, sarebbero stati inquadrati, visti, riconosciuti e colpiti.
Il rapporto descrive ferite terribili: un solo foro d’ingresso, lesioni devastanti, colpi mirati in punti vitali. In molti casi, secondo i testimoni che hanno portato quei bambini in ospedale, a sparare sarebbero stati quadricotteri armati, piccoli droni dotati di telecamere e capacità di puntamento.
E allora la domanda è inevitabile: se un drone vede, se osserva, se distingue, se permette a chi lo manovra di guardare il bersaglio prima di premere il grilletto, come si può colpire un bambino? Come si può puntare alla testa, al collo, al petto di un corpo piccolo e indifeso? Come si può trasformare l’infanzia in un bersaglio militare?
Tra i casi riportati dalla Commissione indipendente delle Nazioni Unite c’è anche quello di un neonato di appena dieci giorni, ucciso mentre veniva allattato dalla madre dentro una tenda. Dieci giorni di vita. Un bambino ancora attaccato al seno materno. Una scena davanti alla quale non esiste prudenza diplomatica che tenga, non esiste “contesto” che basti, non esiste formula di circostanza capace di coprire l’abisso.
E non c’è solo questo. Ci sono anche le testimonianze dei medici americani che hanno lavorato a Gaza e che hanno raccontato l’orrore visto con i propri occhi: bambini colpiti alla testa e al petto, bambini arrivati in ospedale già senza vita, bambini trovati nelle fosse comuni, perfino bambini che — secondo quanto riferito da un medico statunitense — sarebbero stati sepolti vivi nell’area del complesso medico Nasser.
Parole che dovrebbero gelare il sangue. Accuse che dovrebbero pretendere verifiche immediate, accesso pieno agli investigatori internazionali, responsabilità chiare. Perché davanti a racconti di questa gravità non basta dire “siamo preoccupati”. Non basta invocare genericamente la pace. Non basta chiedere “moderazione” mentre i corpi dei bambini continuano a riempire ospedali distrutti, fosse comuni, macerie e tende trasformate in luoghi di morte.
Qui non si tratta di essere pro-Palestina o contro Israele. Qui si tratta di stabilire se esista ancora un limite etico, se la vita di un bambino abbia ancora un valore universale, se il diritto internazionale valga sempre o soltanto quando conviene ai potenti. Qui si tratta di chiamare le cose con il loro nome: genocidio. Una parola enorme, terribile, che la Commissione indipendente delle Nazioni Unite ha messo nero su bianco accanto alle accuse di crimini contro l’umanità e crimini di guerra.
E davanti a parole così gravi, l’Europa non avrebbe dovuto balbettare. Avrebbe dovuto agire.
Invece l’Europa ha scelto la via più vergognosa: quella dell’ambiguità. Non ha saputo, non ha voluto, non ha avuto il coraggio di sanzionare, denunciare, prendere davvero le distanze dal governo Netanyahu. Ha misurato le parole, ha pesato le virgole, ha recitato formule stanche sulla “preoccupazione”, mentre a Gaza si consumava una tragedia che nessuna diplomazia potrà ripulire.
Per altre guerre l’Europa ha trovato subito il linguaggio della condanna. Ha parlato di crimini, aggressioni, barbarie, sanzioni, isolamento internazionale, giustizia. Ha saputo indicare colpevoli, chiedere misure, costruire fronti politici e morali. Ma davanti a Gaza, davanti ai bambini palestinesi uccisi, feriti, mutilati, affamati, sepolti, il vocabolario europeo si è improvvisamente ristretto.
Perché davanti a un neonato di dieci giorni ucciso mentre viene allattato non c’è nulla da bilanciare. Davanti a bambini colpiti alla testa non c’è equilibrio da ostentare. Davanti a testimonianze che parlano perfino di piccoli sepolti vivi non c’è diplomazia che tenga. O si condanna, o si diventa parte del silenzio.
E quel silenzio pesa. Pesa sui governi europei. Pesa sulle istituzioni internazionali. Pesa sulle redazioni che hanno scelto di non dare a queste notizie lo spazio che meritavano. Pesa su chi ha preferito voltarsi dall’altra parte per non disturbare alleanze, interessi, equilibri geopolitici, rapporti militari e convenienze politiche.
Criticare Netanyahu, chiedere sanzioni, pretendere indagini, denunciare bombardamenti, fame, distruzione, fosse comuni e bambini uccisi non è antisemitismo. È coscienza civile. È umanità.
Invece no. Si è abbassato lo sguardo. Si è cambiato argomento. Si è parlato d’altro. E il silenzio è diventato una seconda violenza.
Se davanti ai bambini di Gaza l’Europa perde la voce, allora non sta perdendo soltanto credibilità politica.
Sta perdendo l’anima.

