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di  Monica Vendrame

Il caso Citizen Vigilante non riguarda soltanto un film scomodo.

Riguarda il diritto di raccontare ciò che il potere preferirebbe non vedere rappresentato: la paura dei cittadini, la sfiducia nella giustizia, il disagio davanti a un’immigrazione che troppo spesso viene discussa solo entro i confini del politicamente consentito.

Il film di Uwe Boll, con Armie Hammer tra i protagonisti, è finito al centro di una polemica molto accesa dopo la decisione della FSK, l’organismo tedesco che classifica le opere cinematografiche, di non concedergli il rating necessario per la normale distribuzione. In teoria non si tratta di un divieto vero e proprio: il film non è stato sequestrato e nessuno ha chiuso le sale con la forza. Nei fatti, però, l’effetto è quasi lo stesso. Senza quella classificazione, diventa difficilissimo portarlo nei cinema, promuoverlo e inserirlo nel circuito commerciale ordinario.

E allora la domanda è inevitabile: se è davvero soltanto un film, perché tanta paura?

La trama aiuta a capire il motivo. Il protagonista è un uomo comune, un cittadino qualunque, la cui vita viene distrutta da un fatto di violenza gravissimo. Sua madre viene aggredita davanti ai suoi occhi da una gang di immigrati con precedenti penali. Lui, come farebbe chiunque in uno Stato normale, si affida alla giustizia. Aspetta che le istituzioni facciano il loro dovere. Aspetta una risposta chiara, una condanna, un segnale.

Ma quella risposta non arriva.

Nel film, i responsabili vengono trattati con indulgenza, le loro colpe vengono ridimensionate, la giustizia appare più preoccupata di non urtare certe sensibilità che di tutelare la vittima. È a quel punto che il protagonista precipita nella vendetta. Non crede più nello Stato, non crede più nei tribunali, non crede più in un sistema che considera fallito. Decide così di farsi giustizia da solo, trasformandosi in un vigilante che dà la caccia non soltanto ai criminali, ma anche a chi, secondo lui, li ha protetti o lasciati liberi.

È una trama estrema, certo. Una trama dura, discutibile, volutamente provocatoria. La giustizia privata resta una deriva pericolosa e nessuna società civile può permettersi di trasformarla in modello. Questo va detto con chiarezza: un cittadino non può sostituirsi allo Stato, ai tribunali e alle forze dell’ordine.

Ma un film non è un manuale di comportamento. È una rappresentazione. Può disturbare, irritare, dividere. Può essere criticato, contestato, perfino stroncato. Quello che non dovrebbe accadere, in una democrazia adulta, è che venga spinto ai margini perché racconta qualcosa che il potere preferisce non vedere.

Il motivo è evidente: il film mette in scena una ferita aperta della società europea. Racconta la sfiducia verso istituzioni percepite come deboli davanti al crimine, la rabbia di chi sente di non essere più protetto, il sospetto che alcuni temi siano diventati intoccabili perché disturbano il racconto ufficiale su sicurezza, immigrazione, giustizia e integrazione.

Ed è qui che il caso diventa politico.

La questione non è Uwe Boll. Non è Armie Hammer. Non è nemmeno la qualità artistica del film, che può piacere o non piacere. La questione è molto più seria: chi decide quali paure possono essere raccontate e quali no? Chi stabilisce quali rabbie siano legittime e quali debbano essere cancellate? Chi ha il diritto di dire al pubblico: questo lo puoi vedere, questo invece è troppo pericoloso per te?

L’analogia con ciò che accade in Europa è impossibile da ignorare. Da anni le istituzioni chiedono ai cittadini fiducia, moderazione, silenzio responsabile. Ma quando quei cittadini manifestano paura o rabbia, vengono spesso trattati come un problema. Se chiedono sicurezza, rischiano di essere accusati di intolleranza. Se denunciano il degrado, vengono liquidati come allarmisti. Se parlano di immigrazione fuori dal lessico autorizzato, diventano subito sospetti. Se un film intercetta quella parte di realtà, allora scatta l’allarme.

Ma la realtà non sparisce perché si spegne il proiettore.

La motivazione ufficiale parla di rischio di incitamento all’odio e alla violenza contro i migranti. È un tema serio, e proprio perché è serio non può essere usato come formula magica per chiudere ogni discussione. Nessuno deve difendere l’odio. Nessuno deve alimentare la violenza. Ma tra contrastare l’odio e impedire la rappresentazione di una rabbia sociale esiste una differenza enorme.

È proprio qui che Citizen Vigilante diventa qualcosa di più di un film. Non perché sia un capolavoro, non perché la giustizia privata possa essere giustificata, ma perché mette sullo schermo una frattura reale: quella tra chi chiede sicurezza, ascolto, protezione, e chi spesso risponde con sospetto, moralismo o rimozione.

La censura moderna funziona così. Non arriva sempre con la divisa. Non sempre vieta in modo frontale. A volte usa timbri, commissioni, rating, codici, piattaforme, procedure. Non dice: “non devi sapere”. Dice: “non è opportuno”. Non dice: “non puoi vedere”. Dice: “non ha i requisiti”. Non dice: “questa opinione è proibita”. Dice: “questa opinione è pericolosa”.

E intanto il perimetro della libertà si restringe.

Il caso Citizen Vigilante dice molto più dell’Europa di quanto dica del cinema. Dice che il potere teme sempre meno la violenza immaginaria e sempre più la realtà che quella violenza richiama. Dice che una parte della classe dirigente europea ha paura di ciò che non riesce più a governare: la sfiducia, la rabbia, il senso di abbandono, la rottura del patto tra cittadini e istituzioni.

Perché quando una persona non si sente protetta dallo Stato, quando non si sente ascoltata dai media, quando non si sente rappresentata dalla politica, anche un film imperfetto può diventare un detonatore simbolico.

Il problema non è Citizen Vigilante.

Il problema è un potere che, davanti a una storia scomoda, invece di rispondere con il dibattito, sceglie la rimozione. E quando il potere preferisce rimuovere invece di discutere, non sta proteggendo i cittadini dall’odio.

Sta proteggendo se stesso dalla verità.

 

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Info Autore
Monica Vendrame
Author: Monica Vendrame
Biografia:
Vive a Pegli, affacciata sul mare di Genova. Direttrice editoriale del quotidiano online La Voce agli Italiani, redattrice de "La Voce del Savuto", unisce rigore giornalistico e sensibilità umana, occupandosi di attualità, cultura e temi sociali. Vicepresidente dell’Associazione culturale Atlantide, promuove eventi e progetti dedicati all’arte e alla parola. Scrittrice e poetessa, sta lavorando al suo primo volume di liriche. Ama la fotografia, la lettura, l’arte in ogni forma e ha uno sguardo attento alle sfumature della vita.
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