Nel palazzo della Commissione europea la sobrietà comincia dal basso. Il fresco, invece, resiste finché qualcuno non protesta
di Monica Vendrame
Alla fine, nei momenti di difficoltà, il potere si riconosce sempre dallo stesso gesto: chiede sacrifici a tutti, ma comincia dagli altri.
È successo anche a Bruxelles, nel palazzo Berlaymont, sede della Commissione europea. A causa del caldo e dei problemi legati alla climatizzazione, l’aria condizionata sarebbe stata inizialmente spenta dal primo al settimo piano. Una scelta presentata come necessaria, urgente, quasi inevitabile.
Fin qui, nulla da dire. Il caldo arriva, gli impianti arrancano, l’energia costa, l’emergenza impone misure rapide. Succede. Peccato che il dettaglio più interessante fosse un altro: i piani superiori, quelli occupati dalla presidente della Commissione europea e dai commissari, sarebbero rimasti inizialmente al fresco.
Meraviglioso.
Non perché ci si debba scandalizzare per un condizionatore acceso. Il punto non è il condizionatore. Il punto è la geografia del sacrificio. Quella mappa invisibile, ma precisissima, secondo cui le rinunce partono sempre dal basso e salgono solo quando qualcuno se ne accorge.
Dal primo al settimo piano, dunque, il caldo istituzionale. Dall’ottavo in su, almeno in un primo momento, l’Europa climatizzata.
Poi, dopo le proteste dei dipendenti, la misura sarebbe stata estesa anche ai piani superiori. E meno male. Per un attimo dev’essere sembrato persino strano che il caldo potesse riguardare anche chi prende decisioni, firma direttive, predica sobrietà e spiega ai cittadini come devono vivere.
Sarà stato un errore tecnico, naturalmente. Un disguido. Una svista. Una di quelle coincidenze che, chissà perché, non colpiscono mai il piano giusto.
Perché in Europa siamo abituati così: i sacrifici sono collettivi, ma la prima bozza è sempre selettiva. Si comincia da chi ha meno voce, poi si aggiusta il tiro se la cosa diventa imbarazzante.
Il caso sarebbe anche piccolo, quasi comico. E infatti fa sorridere. Ma fa sorridere male, perché dentro quel piccolo episodio c’è un mondo intero: la distanza tra chi decide e chi subisce, tra i comunicati solenni e la vita reale, tra le lezioni impartite agli altri e le comodità trattenute per sé.
Da anni ci spiegano che dobbiamo consumare meno, risparmiare di più, adattarci meglio, rinunciare con entusiasmo e sopportare con maturità. Ogni crisi diventa un’occasione, ogni rincaro una lezione, ogni disagio un passaggio necessario verso un futuro radioso che, per ora, somiglia moltissimo a una bolletta più alta.
Ci chiedono di spegnere luci, abbassare riscaldamenti, cambiare abitudini, sentirci in colpa se viviamo con un minimo di comodità. Il tutto, naturalmente, in nome del bene comune.
Poi arriva una giornata di caldo, si rompe l’incantesimo e scopriamo che il bene comune, almeno all’inizio, ha un ascensore difettoso: si ferma al settimo piano.
La cosa più bella è che nessuno avrebbe mai dovuto accorgersene. Doveva essere una piccola gestione interna, una misura di emergenza, una scelta pratica. Invece è diventata una fotografia perfetta. Più efficace di cento discorsi. Più chiara di mille conferenze stampa.
Perché l’Europa ufficiale ama molto parlare di uguaglianza, ma quando c’è da sudare sembra ancora molto affezionata alle gerarchie.
E allora sì, il condizionatore diventa un simbolo. Non del lusso, ma della distanza. Non dello spreco, ma della doppia morale. Non del comfort, ma di quel riflesso automatico per cui chi decide si considera sempre un po’ meno coinvolto dalle conseguenze delle proprie decisioni.
Il messaggio, involontario ma chiarissimo, è questo: voi resistete, noi valutiamo. Voi vi adattate, noi coordiniamo. Voi sudate, noi supervisioniamo. Poi, se protestate abbastanza, magari sudiamo anche noi. Ma solo in seconda battuta.
È il nuovo galateo del sacrificio europeo: prima il cittadino, poi il dipendente, poi forse il dirigente. E solo se la notizia esce.
Naturalmente arriveranno le spiegazioni. Arrivano sempre. Ci sarà il problema tecnico, la procedura interna, la gestione dell’impianto, la complessità dell’edificio, la necessità di intervenire per settori. Tutto possibile. Tutto plausibile. Tutto già sentito.
Ma resta il fatto simbolico: nel palazzo che più di altri rappresenta l’Europa delle regole, delle raccomandazioni e delle lezioni impartite agli altri, il caldo è stato inizialmente distribuito con un criterio molto interessante.
Sotto, la sobrietà.
Sopra, la deroga.
Ecco perché questo episodio non va preso troppo alla leggera. Non perché cambi il destino del continente, ma perché lo racconta benissimo. A volte non servono grandi scandali per capire un sistema. Basta guardare dove resta acceso il condizionatore.
E soprattutto per chi.

