di Vito Sorrenti
È disgustoso osservare le discussioni inutili, faziose e inconcludenti che si consumano sui social intorno alle problematiche economiche, politiche e sociali, in particolare in alcuni contesti e ambienti dove il confronto si riduce a tifoseria.
È nauseante leggere le opinioni di chi, in determinati ambiti culturali e politici, difende — spesso a propria insaputa — e fa il tifo per gli avvoltoi del profitto e i vampiri della ricchezza, presenti in alcuni settori economici e finanziari, che sferzano, sfruttano e abbattono i poveri cristi privandoli dei loro diritti e della loro dignità.
Provo una profonda amarezza nel vedere individui, in specifici ambienti sociali e comunicativi, che inneggiano, glorificano e perfino invidiano i lazzaroni delle evasioni milionarie, i manipolatori delle frodi e dei furti, i farabutti in combutta con i ladroni che, in determinati circuiti economici e criminali, depredano i beni comuni e compromettono il futuro delle nuove generazioni.
L’indignazione mi assale quando vedo, in alcune aree del dibattito pubblico e politico, chi incensa gli alfieri della paura e i costruttori di barriere; chi alimenta diffidenze e semina zizzania, rancori e odio, facendo leva sui timori delle persone fragili e sulle miserie umane per ottenere consenso.
E non riesco a non commiserare coloro che, in certi contesti mediatici e politici, sprecano le proprie energie per portare acqua al mulino dei venditori di fumo e di illusioni che, comodamente seduti sulle loro poltrone, promettono la luna.
Non sopporto i razzisti presenti in alcune frange della società e della politica che negano a una parte della popolazione l’equità, le pari opportunità, la possibilità di mettere a frutto il proprio talento, nonché l’accesso alle risorse e il pieno godimento dei diritti.
Ma soprattutto mi fa rabbia constatare, in determinati contesti sociali ed economici, quanto sia ancora attuale il proverbio che recita: «E gli alberi votarono per l’ascia, perché l’ascia era furba e li aveva convinti di essere una di loro, avendo il manico di legno».
È questo il paradosso più amaro: vedere, in alcune fasce della popolazione e in specifici contesti informativi e politici, coloro che dovrebbero difendere i propri interessi schierarsi dalla parte di chi li indebolisce, di chi li priva lentamente delle loro sicurezze, dei loro diritti e della loro dignità.
È sapere, inoltre, che le cosiddette “morti bianche” continuano a susseguirsi tragicamente e regolarmente da nord a sud, in diversi settori produttivi, senza soluzione di continuità.
È altresì sapere che, nei casi peggiori, in alcuni ambiti del lavoro agricolo e del reclutamento della manodopera, uomini e donne ridotti in schiavitù muoiono sotto il sole del Tavoliere e delle piane, oppure vengono bruciati vivi dagli orridi caporali.

