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Ai ragazzi che vivono sotto le bombe, tra le macerie e nei campi profughi. Per chi sogna mentre il mondo brucia. Per chi studia, ama e spera sotto il rumore delle sirene e delle bombe

 

di  Massimo Reina

Ci sono volti che un giornalista di guerra dimentica.

E poi ci sono quelli che restano.

Gli anni passati sui fronti finiscono per confondere date, luoghi, nomi. Le città si sovrappongono. Le esplosioni si assomigliano. Perfino i ricordi, a volte, diventano nebbia.

Ma il suo volto no.

Quello è rimasto.

Lo vidi a Sheikh Maqsud, ad Aleppo.

Era in piedi tra le macerie di un edificio colpito poche ore prima. Nell'aria galleggiava ancora la polvere. Attorno a lui c'erano cemento spezzato, ferri contorti, muri aperti come ferite.

Alcuni uomini scavavano con le mani nude chiamando i propri familiari sotto montagne di detriti.

Lui invece era immobile.

Non piangeva.

Non gridava.

Guardava.

Mi colpì perché aveva l'età in cui si dovrebbe pensare alla scuola, agli amici, al primo amore, a una partita di calcio.

Non alle guerre.

Non ricordo il suo nome. Forse si chiamava Ahmed. Forse Omar.

 

Le guerre hanno questa terribile capacità: cancellano le persone due volte.

La prima quando le uccidono.

La seconda quando trasformano i loro nomi in statistiche.

 

Forse aveva quindici anni. Forse diciassette.

Era siriano, ma oggi potrebbe essere anche palestinese, russo, libanese, ucraino, iraniano, sudanese o congolese.

Potrebbe essere nato in una città assediata, in un campo profughi, in una favela dimenticata o in un villaggio divorato dalla guerra.

Perché cambiano le bandiere.

Cambiano le lingue.

Cambiano i confini.

Ma il destino degli innocenti assomiglia sempre a se stesso.

E nelle guerre i nomi spariscono per primi.

Restano i numeri.

Quanti morti.

Quanti feriti.

Quanti sfollati.

Quanti miliardi di dollari stanziati.

Quanti carri armati.

Quanti missili.

Quanti chilometri conquistati.

 

I numeri piacciono ai governi. Ai generali. Ai produttori di armi. Agli esperti che discutono davanti alle telecamere. Ma dietro ogni numero c'è sempre un volto. E dietro ogni volto c'era un sogno. Un sogno semplice.

 

Diventare medico.

Insegnante.

Calciatore.

Musicista.

Innamorarsi.

Mettere al mondo dei figli.

Invecchiare.

 

Tutte cose straordinariamente normali. Tutte cose che una bomba può cancellare in pochi secondi. Ascoltando "Sogna, ragazzo sogna" di Roberto Vecchioni mi sono chiesto quante volte questa canzone abbia attraversato il mondo senza che ce ne accorgessimo. Quante volte quei versi abbiano parlato a qualcuno che viveva sotto le bombe. Perché esiste una frase che sembra scritta per ogni giovane che si trova dalla parte sbagliata della guerra. "Non è vero, ragazzo, che la ragione sta sempre col più forte." Eppure è proprio questo che il mondo cerca continuamente di insegnargli. Che conta soltanto la forza.

 

La forza economica.

La forza militare.

La forza politica.

La forza del denaro.

La forza delle alleanze.

La forza della violenza.

 

Da sempre gli uomini costruiscono imperi convincendosi che la forza equivalga alla ragione. Da sempre i venditori di morte prosperano raccontando che la prossima guerra sarà necessaria. Che la prossima bomba porterà sicurezza. Che il prossimo massacro garantirà la pace. Da secoli cambiano le bandiere, cambiano gli eserciti, cambiano gli slogan. Ma i cimiteri restano sempre uguali.

 

Silenziosi.

Infiniti.

 

Pieni di giovani che qualcuno aveva convinto a odiare altri giovani che non avevano mai incontrato. A Gaza c'è chi cerca i propri figli sotto le macerie. In Ucraina c'è chi vive da anni al ritmo delle sirene. In Sudan milioni di persone fuggono dalla fame e dalle armi. Nel Congo orientale generazioni intere crescono in mezzo a guerre che il resto del mondo fatica persino a localizzare su una mappa. In America Latina la violenza, la povertà e il potere criminale continuano a rubare il futuro a migliaia di ragazzi.

 

Ovunque cambia la lingua.

Ovunque cambiano i colori della pelle.

Ovunque cambiano le bandiere.

 

Ma il dolore parla sempre la stessa lingua. È la lingua di una madre che aspetta. Di un padre che cerca. Di un bambino che piange. Di un giovane che vede il proprio futuro sgretolarsi come un muro colpito da una granata.

Eppure c'è qualcosa che le guerre non riescono a distruggere completamente.

 

La capacità di immaginare.

La capacità di sognare.

Per questo i fanatici hanno paura dei libri.

 

Per questo i tiranni hanno paura degli studenti. Per questo gli estremisti hanno paura delle domande. Per questo i mercanti di guerra hanno paura dei poeti. Perché chi sogna un mondo diverso rappresenta una minaccia per chi guadagna dall'esistenza di quello attuale.

 

I poeti non fabbricano missili.

Non controllano eserciti.

Non possiedono televisioni.

 

Eppure continuano a sopravvivere ai loro contemporanei. Perché parlano alla parte più profonda dell'essere umano. Quella che nessuna bomba riesce a raggiungere. Forse è per questo che Vecchioni scrive: "Io conosco poeti che spostano i fiumi con il pensiero."

Può sembrare una frase ingenua. Ma è esattamente il contrario. I poeti non spostano davvero i fiumi.

Spostano gli uomini.

E quando gli uomini cambiano, prima o poi cambiano anche la storia. La storia non è stata migliorata dai fabbricanti di cannoni. La storia è stata migliorata da chi ha avuto il coraggio di immaginare qualcosa di diverso dalla guerra.

 

Da chi ha scelto il dialogo quando era più facile odiare.

Da chi ha costruito ponti mentre altri costruivano trincee.

Da chi ha continuato a credere nell'umanità anche quando l'umanità sembrava aver smesso di credere in se stessa.

 

Per questo oggi penso a quel ragazzo senza nome. Quello tra le macerie. Quello che potrebbe vivere a Gaza. A Kharkiv. A Teheran. A Goma. A Beirut. A Port-au-Prince. A Bogotá. Ovunque si trovi, vorrei dirgli soltanto una cosa.

 

Non ascoltare chi ti dice che il cinismo è maturità.

Non ascoltare chi ti dice che la violenza è inevitabile.

Non ascoltare chi ti dice che il mondo appartiene ai più forti.

 

Continua a studiare. Continua ad amare. Continua a fare domande. Continua a immaginare. Continua a sognare. Perché ogni guerra nasce quando qualcuno smette di vedere un essere umano nell'altro. Ma ogni pace nasce quando qualcuno ricomincia a riconoscerlo.

E allora sì. Sogna, ragazzo sogna.

 

Sogna quando il vento porta l'odore della polvere.

Sogna quando il cielo si illumina di esplosioni.

Sogna quando i potenti giocano a Risiko con le vite degli altri.

Sogna quando sembra impossibile.

Sogna perché i mercanti di morte hanno bisogno della tua disperazione.

Sogna perché i fanatici hanno bisogno della tua paura.

Sogna perché chi vende guerra teme più un giovane che pensa che un soldato che obbedisce.

Sogna fino in fondo.

 

Perché un giorno le bombe taceranno. Gli eserciti torneranno nelle caserme. I politici saranno dimenticati. I fabbricanti di armi cercheranno nuove guerre da vendere. Ma resteranno i sogni. Saranno loro, ancora una volta, a ricostruire il mondo dalle macerie.

E da qualche parte, tra le rovine di una città che oggi non esiste più, un bambino tornerà a rincorrere un pallone, una ragazza riaprirà un quaderno, qualcuno si innamorerà per la prima volta.

E allora il mondo ricomincerà.

 

Come ha sempre fatto.

Contro ogni logica.

Contro ogni guerra.

Contro ogni odio.

 

Perché la vita possiede una forza che i potenti non hanno mai compreso fino in fondo. La forza di rinascere.

Sempre.

 

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Info Autore
Massimo Reina
Author: Massimo Reina
Biografia:
Giornalista, scrittore e Social Media Editor, è stata una delle firme storiche di Multiplayer.it, ma in vent’anni di attività ha anche diretto il settimanale Il Ponte e scritto per diversi siti, quotidiani e periodici di videogiochi, cinema, società, viaggi e politica. Tra questi Microsoft Italia Tecnologia, Game Arena, Spaziogames, PlayStation Magazine, Kijiji, Movieplayer.it, ANSA, Sportitalia, TuttoJuve e Il Fatto Quotidiano. Adesso che ha la barba più bianca, ascolta e racconta storie, qualche volta lo fa con le parole, altre volte con i video. Collabora con il quotidiano siriano Syria News e il sito BianconeraNews, scrive per alcune testate indipendenti come La Voce agli italiani, e fa parte, tra le altre cose, dell'International Federation of Journalist e di Giornalisti Senza Frontiere. Con quest’ultimo editor internazionale è spesso impegnato in scenari di guerra come inviato, ed ha curato negli ultimi 10 anni una serie di reportage sui conflitti in corso in Siria, Libia, Libano, Iraq e Gaza.
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