Il decreto del governo riguarda partenze concordate e assistite. La remigrazione di Vannacci è un progetto politico più radicale, che contempla anche l’allontanamento coatto. Confondere i due piani non è ingenuità: è propaganda
di Fiore Sansalone
Nel dibattito politico italiano sull’immigrazione c’è una cosa che andrebbe sempre difesa: il significato delle parole.
Perché quando le parole vengono piegate, stirate, svuotate o usate come se fossero intercambiabili, non siamo più davanti a una normale discussione pubblica. Siamo davanti a un’operazione politica.
È quanto sta accadendo attorno al decreto sui rimpatri volontari assistiti, approvato definitivamente dalla Camera, e alla cosiddetta “remigrazione” rilanciata da Roberto Vannacci. A qualcuno fa comodo far passare l’idea che siano la stessa cosa. Non lo sono. E chi conosce la materia lo sa benissimo.
A prima vista, il terreno può sembrare comune: si parla di stranieri, di rientri, di allontanamenti, di gestione dei flussi migratori. Ma basta entrare appena nel merito per capire che la differenza è sostanziale. Da una parte c’è uno strumento previsto dall’ordinamento, fondato sulla volontarietà. Dall’altra c’è una parola d’ordine politica, più ampia e più radicale, che richiama una riduzione della presenza straniera e che può arrivare anche alla coazione.
Il decreto del governo interviene sui rimpatri volontari assistiti, i cosiddetti RVA. Si tratta di programmi destinati a cittadini stranieri che non possono o non intendono più restare in Italia e che scelgono di rientrare nel proprio Paese. Il punto centrale è proprio questo: scelgono.
Il rimpatrio volontario assistito non nasce come espulsione forzata, né come retata, né come misura punitiva. È un percorso concordato, attivato con il consenso dell’interessato, accompagnato da forme di sostegno economico, logistico e, in alcuni casi, da progetti di reinserimento nel Paese di origine.
Lo Stato, in sostanza, prova a rendere più ordinato e praticabile un rientro che il migrante accetta di compiere. Il decreto punta soprattutto a rafforzare e semplificare questo meccanismo, individuando anche i soggetti abilitati ad assistere lo straniero nella richiesta di accesso al programma. È una risposta amministrativa a un problema concreto: come gestire quelle situazioni in cui la permanenza in Italia non è più possibile o non è più voluta.
La remigrazione di Vannacci, invece, appartiene a un altro piano. Non è una semplice procedura. È una dottrina politica. Il termine, già circolante in ambienti identitari europei, viene usato per indicare un progetto di riduzione significativa della presenza straniera, con una forte impronta culturale e demografica. Non riguarda solo chi chiede spontaneamente di rientrare. Nella versione rilanciata da Vannacci, comprende anche l’allontanamento di persone considerate irregolari, non integrate, incompatibili o responsabili di reati.
Qui sta la distanza più evidente. Il rimpatrio volontario assistito si fonda sull’adesione del cittadino straniero. La remigrazione, per come viene proposta nel discorso politico più radicale, può invece prevedere l’allontanamento contro la volontà della persona. È una differenza enorme. Non una sfumatura. Non un dettaglio tecnico. Non una questione da liquidare con una battuta da talk show.
Il decreto del governo Meloni si muove dentro un perimetro giuridico definito: Testo unico sull’immigrazione, procedure amministrative, compatibilità con il quadro europeo, programmi assistiti e controllati. La remigrazione, al contrario, apre interrogativi molto più complessi sul piano costituzionale, internazionale e dei diritti fondamentali, soprattutto quando si parla di trasferimenti forzati verso Paesi terzi o di criteri non strettamente legati alla regolarità del soggiorno, ma alla presunta “compatibilità” culturale.
Anche l’obiettivo finale è diverso. Il rimpatrio volontario assistito mira a governare singole situazioni, riducendo la pressione sui sistemi di accoglienza e favorendo, almeno nelle intenzioni, un rientro dignitoso e sostenibile. La remigrazione guarda invece a una trasformazione più ampia della composizione sociale e demografica del Paese. Non è soltanto gestione dei flussi. È una visione identitaria della nazione.
Per questo dire che il decreto sui rimpatri volontari e la remigrazione siano la stessa cosa significa confondere due piani distinti. E qui il sospetto dell’equivoco involontario regge poco. Perché chi ha responsabilità politiche conosce benissimo la differenza tra una partenza concordata e un allontanamento imposto.
In questo senso, c’è una certa dose di malafede nel tentativo di presentare il decreto come se fosse la versione istituzionale della remigrazione. Serve a parlare a due pubblici diversi nello stesso momento. Da un lato si rassicura l’elettorato più moderato, dicendo che tutto avviene dentro le regole. Dall’altro si manda un messaggio all’area più radicale, lasciando intendere che il governo stia già facendo ciò che Vannacci propone.
È il vecchio gioco delle parole elastiche: abbastanza rassicuranti per non spaventare, abbastanza ambigue per strizzare l’occhio.
Ma le parole, soprattutto quando riguardano diritti, persone e confini dello Stato, non possono essere piegate alla propaganda.
Uno Stato ha certamente il diritto e il dovere di governare l’immigrazione. Deve sapere chi entra, chi resta, chi ha titolo per rimanere e chi no. Deve far rispettare le regole, contrastare l’irregolarità, garantire sicurezza, ordine e legalità. Nessuno può seriamente negarlo.
Ma una cosa è applicare norme certe dentro un quadro giuridico riconoscibile. Un’altra è trasformare il tema dell’immigrazione in una battaglia identitaria permanente, dove lo straniero non viene valutato soltanto in base alla sua posizione giuridica, ma anche in base alla sua presunta compatibilità culturale con l’idea di nazione.
La differenza, dunque, esiste. Ed è profonda.
Il rimpatrio volontario assistito è consenso. La remigrazione può essere forza. Nel primo caso si parla di rientri concordati. Nel secondo di un progetto politico di ridefinizione della presenza straniera nel Paese.
Confondere le due cose può essere utile alla propaganda. Può servire a depotenziare Vannacci, facendo credere che il governo sia già sulla stessa linea. Può servire a blandire l’elettorato più duro senza assumersi fino in fondo il peso delle parole usate. Può servire, insomma, alla convenienza politica del momento.
Ma non serve alla verità.
E su un tema così sensibile, dove in gioco non ci sono slogan ma persone, diritti, sicurezza e tenuta democratica, la verità dovrebbe venire prima della propaganda. Anche quando dà fastidio. Soprattutto quando dà fastidio.

