di Monica Vendrame
Il 2 giugno dovrebbe essere il giorno della Repubblica. Non una ricorrenza da calendario, non una passerella istituzionale, non il solito rito buono per immagini televisive e discorsi solenni.
Dovrebbe essere il giorno in cui l’Italia ricorda la scelta compiuta nel 1946: chiudere con la monarchia, archiviare il fascismo, lasciarsi alle spalle la guerra e provare a costruire un Paese fondato sulla democrazia, sulla partecipazione popolare, sulla Costituzione e sulla pace.
Dovrebbe essere così. E invece, ogni anno, la scena finisce per essere occupata dalla stessa liturgia muscolare: autorità in tribuna, reparti schierati, mezzi militari, fanfare, divise, Frecce Tricolori. Una Repubblica nata dalle macerie della guerra che, nel giorno in cui celebra se stessa, sceglie ancora di raccontarsi attraverso il linguaggio della forza.
Nessuno mette in discussione il rispetto dovuto a chi serve lo Stato in uniforme. Sarebbe ingiusto e anche superficiale. Il punto è un altro: quale messaggio consegna al Paese una Repubblica che, proprio nel giorno in cui dovrebbe ricordare il ripudio della guerra, mette al centro una grande rappresentazione militare?
L’articolo 11 della Costituzione non è una frase da cerimonia. Non è una decorazione da citare con voce grave per poi dimenticarla un minuto dopo. Dice che l’Italia “ripudia la guerra”. Non la considera spiacevole. Non la accetta come destino inevitabile. La ripudia. È un verbo netto, nato dalle città bombardate, dalle deportazioni, dalla fame, dal fascismo, dai milioni di morti e dalla volontà di non ripetere più quella tragedia.
E allora la domanda è semplice: è davvero coerente celebrare la Repubblica nata anche da quel trauma esibendo mezzi, apparati e simboli di guerra?
La questione diventa ancora più grave se si guarda al presente. Questa parata non avviene in un tempo neutro. Avviene mentre l’Europa parla apertamente di riarmo, la NATO chiede agli Stati membri di aumentare le spese militari e l’Italia, sotto il governo Meloni, ha proseguito senza esitazioni sulla linea degli aiuti militari all’Ucraina, compresi sistemi di difesa aerea.
Naturalmente tutto viene presentato con parole rassicuranti: difesa, responsabilità internazionale, sicurezza, deterrenza, fedeltà agli alleati. Un vocabolario perfetto, elegante, abbastanza nobile da zittire i dubbi e abbastanza elastico da giustificare quasi tutto. Le armi non sono mai semplicemente armi: diventano stabilità, protezione, equilibrio. Peccato che, alla fine, restino armi.
La nostra amatissima premier, così affezionata alla parola “sovranità”, dovrebbe forse spiegare meglio questa contraddizione: come si può riempire la bocca di patria e interesse nazionale mentre le scelte strategiche dell’Italia appaiono sempre più agganciate agli equilibri della NATO, alla linea americana e alle crisi decise altrove? La sovranità non può essere una bandiera da agitare nei comizi e un ombrello da chiudere quando parlano Washington o Bruxelles.
Ancora più significativo è il capitolo dei Paesi del Golfo. Giorgia Meloni ha dichiarato che l’Italia, “come Regno Unito, Francia e Germania”, intende inviare aiuti ai Paesi del Golfo, parlando esplicitamente di difesa aerea. La premier ha motivato la scelta con la necessità di proteggere decine di migliaia di italiani e circa duemila militari presenti nell’area, oltre che con l’importanza strategica del Golfo per gli approvvigionamenti.
Ecco il capolavoro lessicale della nostra epoca: si inviano sistemi di difesa per evitare la guerra, si rafforzano arsenali per garantire la pace, si alimenta la logica militare per difendere la stabilità. Le parole cambiano vestito, ma la sostanza resta: armi, alleanze, blocchi, interessi, obbedienze.
Poi, quando si parla di sanità, scuola, pensioni, trasporti, lavoro, famiglie, piccoli comuni, improvvisamente le risorse diventano scarse. Per una visita specialistica si può aspettare mesi. Per un pronto soccorso al collasso bisogna avere pazienza. Per una scuola che cade a pezzi si vedrà. Per i giovani costretti a emigrare ci sono i discorsi sul merito. Per i territori interni che si svuotano, qualche convegno. Ma quando si tratta di difesa, missioni, sistemi d’arma e adeguamenti agli impegni NATO, le risorse, con una certa magia contabile, prima o poi compaiono.
È questa la Repubblica che sfila compatta ai Fori Imperiali: ordinata, solenne, perfetta nella coreografia. Peccato che fuori dalla scenografia ci sia un’altra Italia. Quella degli ospedali sotto pressione, delle liste d’attesa interminabili, dei medici e degli infermieri stremati, degli insegnanti precari, dei lavoratori poveri, degli anziani lasciati soli, dei giovani che fanno le valigie, dei piccoli paesi privati di scuole, sportelli, servizi, presidi sanitari.
Che senso ha celebrare la sicurezza nazionale se poi non si riesce a garantire sicurezza sociale? Che senso ha parlare di difesa del Paese se non si difende un cittadino fragile davanti a una sanità che arretra, un lavoratore davanti alla precarietà, una famiglia davanti al costo della vita, un territorio davanti all’abbandono?
C’è poi un altro tema, più delicato e per questo ancora più inquietante: la cybersicurezza. Anche qui, dietro parole tecniche e formule rassicuranti, si gioca una partita politica enorme. Le polemiche sulle linee guida dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, che secondo alcune ricostruzioni avrebbero favorito nei bandi pubblici l’acquisto di tecnologie cyber da Paesi alleati, tra cui Israele, pongono una domanda scomoda: è davvero sovrana una nazione che consegna pezzi sempre più sensibili della propria sicurezza tecnologica a fornitori, interessi e alleanze esterne?
E com’è possibile che questioni così decisive passino quasi sotto silenzio, mentre il dibattito pubblico viene riempito di bandiere, slogan e nemici di comodo?
La sovranità non si misura con il tono della voce. Non basta dire “prima l’Italia” se poi l’Italia segue, si allinea, partecipa, finanzia, invia, approva. La sovranità vera significa poter decidere in autonomia la propria politica estera, la propria sicurezza, le proprie priorità. Significa avere una diplomazia autorevole, non una diplomazia in libera uscita vigilata. Significa saper dire no quando la logica dei blocchi trascina verso l’escalation.
Invece siamo arrivati al punto in cui chi parla di pace viene trattato come un ingenuo, un disfattista, un sospetto simpatizzante del nemico. Chi chiede una trattativa viene guardato storto. Chi critica il riarmo viene subito infilato in qualche casella infamante. È il trucco più vecchio del mondo: se non puoi rispondere nel merito, delegittima chi fa la domanda.
Così la guerra viene normalizzata prima ancora di essere combattuta. Diventa linguaggio quotidiano, postura politica, abitudine mentale. Si comincia con la deterrenza, si prosegue con la necessità, si finisce con l’inevitabilità. E intanto la parola pace, che dovrebbe essere una delle più serie del vocabolario politico, viene trattata come una debolezza da anime belle.
Per questo il 2 giugno rischia di diventare il simbolo perfetto dell’ipocrisia nazionale. Si celebra la Repubblica nata per superare la guerra, mentre la politica ragiona in termini di guerra permanente. Si cita la Costituzione, ma si accetta la subordinazione strategica. Si invoca la sovranità, ma si resta dentro decisioni prese in tavoli dove l’Italia raramente detta la linea. Si parla di pace, ma si finanziano strumenti di guerra.
Forse sarebbe ora di immaginare una festa diversa. Non una celebrazione contro le Forze armate, ma una festa finalmente più fedele alla Costituzione. Una grande sfilata civile, capace di raccontare l’Italia reale: insegnanti, medici, infermieri, vigili del fuoco, volontari, ricercatori, operai, agricoltori, artigiani, magistrati, sindaci dei piccoli comuni, operatori sociali, Protezione civile, associazioni, lavoratori della cultura.
Questa è la Repubblica che tiene in piedi il Paese. Non quella delle tribune d’onore, ma quella delle corsie d’ospedale. Non quella dei sorvoli spettacolari, ma quella delle scuole aperte ogni mattina. Non quella dei carri ai Fori Imperiali, ma quella dei territori che resistono allo spopolamento, delle famiglie che tirano avanti, dei lavoratori che non finiscono nei discorsi ufficiali, dei volontari che arrivano dove lo Stato spesso arriva tardi.
Il 2 giugno dovrebbe ricordarci che la Repubblica italiana non nacque per mettersi l’elmetto una volta all’anno. Nacque per toglierselo. Nacque per dire basta al culto della forza, basta alle guerre decise dall’alto e pagate dal popolo, basta alla propaganda che trasforma ogni conflitto in destino inevitabile.
Dopo ottant’anni, forse non abbiamo bisogno dell’ennesima parata muscolare. Abbiamo bisogno di verità. Di memoria. Di coerenza. Di una politica che smetta di usare la Costituzione come fondale scenografico e torni finalmente a prenderla sul serio.
Perché una Repubblica non si misura dal rumore dei motori che attraversano Roma. Si misura dalla libertà dei suoi cittadini, dalla dignità del lavoro, dalla qualità della scuola, dalla forza della sanità pubblica, dalla giustizia sociale, dalla capacità di restare autonoma davanti agli alleati e lucida davanti ai nemici.
E soprattutto si misura da una cosa semplicissima: dalla coerenza tra ciò che proclama e ciò che fa.
Oggi quella coerenza, purtroppo, sfila molto meno dei carri armati.

