Le amministrative hanno acceso una spia: se i partiti cercano consenso dentro comunità separate, la democrazia smette di parlare ai cittadini e comincia a trattare con i gruppi
di Monica Vendrame
Le elezioni amministrative del 24 e 25 maggio 2026 non hanno consegnato soltanto nuovi sindaci e nuovi consigli comunali. Hanno mostrato anche un segnale politico che sarebbe pericoloso ignorare: la tentazione dei partiti di cercare consenso non più tra cittadini, ma dentro comunità organizzate per origine, lingua, religione o appartenenza etnica.
Al voto erano chiamati circa 6,6 milioni di cittadini, in quasi 750 comuni italiani, tra cui 18 capoluoghi come Venezia, Prato, Salerno, Reggio Calabria, Agrigento e Messina. A Venezia ha vinto il centrodestra, ma durante la campagna elettorale il caso più discusso non è stato solo il confronto tra schieramenti: è stata la presenza, nelle liste del centrosinistra, di candidati italo-bengalesi e di materiale elettorale rivolto direttamente alla comunità bengalese.
Il punto non è, e non deve essere, se un cittadino italiano di origine straniera possa candidarsi. Certo che può. Se ha la cittadinanza italiana, ha pieno diritto di partecipare alla vita politica, votare, candidarsi, essere eletto. La questione vera è un’altra: si candida per rappresentare la città o per rappresentare un gruppo separato dentro la città?
Questa è la domanda che molti fingono di non capire.
A Venezia, la presenza di diversi candidati di origine bengalese è stata raccontata anche dalla stampa internazionale come un possibile passaggio storico per una comunità stimata attorno alle 20 mila persone nell’area veneziana. Il Guardian ha parlato di candidati bengalesi-italiani impegnati nelle liste del Partito Democratico, presentando la vicenda come una battaglia per inclusione e rappresentanza. Ma proprio qui nasce il nodo politico: quando una comunità numerosa diventa un bacino elettorale riconoscibile, i partiti iniziano a guardarla non solo come parte della cittadinanza, ma come serbatoio di voti.
È una scorciatoia. E come tutte le scorciatoie politiche, all’inizio sembra conveniente.
Invece di convincere gli elettori uno per uno su sicurezza, casa, trasporti, tasse, decoro urbano, scuola e servizi, si cerca il referente comunitario. Si individua chi ha influenza dentro un gruppo. Gli si offre spazio in lista. In cambio ci si aspetta consenso compatto, riconoscenza, mobilitazione. Non è più politica nel senso alto del termine. È intermediazione identitaria.
Il caso britannico dovrebbe bastare come avvertimento. Nel Regno Unito, dove la trasformazione demografica di molte città è più avanzata, la politica locale è già stata attraversata da forti logiche comunitarie. Secondo il censimento 2021, in Inghilterra e Galles i musulmani erano 3,9 milioni, pari al 6,5% della popolazione; in alcune città e quartieri, però, la concentrazione è molto più alta della media nazionale. Quando una presenza demografica si concentra territorialmente, diventa inevitabilmente anche forza elettorale.
Questo, di per sé, non è illegittimo. La democrazia funziona anche attraverso numeri, organizzazione e partecipazione. Il problema nasce quando il voto non si organizza più attorno a programmi comuni, bensì attorno a identità separate.
Le elezioni britanniche del 2024 lo hanno mostrato con chiarezza: il voto musulmano, tradizionalmente vicino al Labour, si è spostato in modo significativo in varie aree urbane, soprattutto a causa della posizione del partito sulla guerra a Gaza. In diversi collegi, maggioranze considerate sicure sono diventate improvvisamente fragili. Questo dimostra una cosa semplice: quando una comunità vota sempre più come blocco politico separato, può condizionare partiti, campagne elettorali e priorità politiche.
Ed è qui che l’esempio britannico riguarda anche noi. Perché il comune dovrebbe occuparsi prima di tutto di strade, rifiuti, scuole, ordine pubblico, edilizia, trasporti, commercio. Ma se il voto comunitario diventa decisivo, il dibattito locale può essere risucchiato da questioni identitarie, religiose o geopolitiche che nulla hanno a che vedere con l’interesse generale della città.
Non serve trasformare ogni candidatura in un allarme. E non serve nemmeno confondere l’origine straniera di un candidato con un problema politico. Il problema non è il nome sulla scheda. Il problema è il criterio con cui quel nome viene scelto e presentato: cittadino tra cittadini, oppure rappresentante di una comunità separata?
L’Italia oggi è ancora all’inizio. Siamo nella fase in cui il fenomeno appare come curiosità locale, caso da social, polemica da campagna elettorale. Ma le amministrative appena concluse ci dicono che il tema è già entrato nella vita politica reale. Venezia è stata il simbolo più visibile, ma non sarà l’ultimo.
E sarebbe un errore leggerlo solo in chiave destra contro sinistra. Certo, in questa fase è soprattutto il centrosinistra a presentare queste candidature come segno di inclusione. Ma la logica del voto comunitario fa gola a tutti. Se un gruppo organizzato promette migliaia di preferenze, prima o poi ogni partito sarà tentato di cercare “il suo” candidato comunitario. Oggi lo fa uno schieramento, domani lo farà l’altro. E a quel punto il danno sarà compiuto.
Perché non si tratta di integrare cittadini nella politica italiana. Quella sarebbe una cosa positiva. Si tratta, al contrario, di portare nella politica italiana appartenenze separate, interessi separati, reti separate, richieste separate. È l’opposto dell’integrazione.
Un cittadino di origine straniera che si candida parlando a tutti, proponendo soluzioni per tutti e riconoscendosi nell’interesse generale del comune è una ricchezza. Un candidato scelto perché rappresenta “la sua comunità” è invece il segnale di una democrazia che arretra. Non perché entrano nuovi cittadini, ma perché esce di scena l’idea stessa di cittadinanza comune.
Le elezioni italiane di ieri non hanno aperto una crisi. Hanno acceso una spia. E le spie, in politica, servono a evitare gli incidenti prima che accadano.
La domanda da porre ai partiti è semplice: volete candidare cittadini italiani, o volete appaltare pezzi di consenso a comunità organizzate?
Nel primo caso, siamo dentro la democrazia.
Nel secondo, stiamo già importando un modello che altrove ha già mostrato i suoi rischi. E quando una democrazia comincia a dividersi per appartenenze, tornare indietro diventa molto più difficile.

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