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di  Monica Vendrame

In un’Europa sempre più esposta al rischio di escalation, la vera domanda non è se parlare con Mosca sia comodo o popolare, ma se sia ancora possibile evitare che il continente scivoli in una guerra più grande.

La diplomazia non è una resa: è l’unico strumento rimasto per impedire il disastro.

L’Europa sta vivendo una fase estremamente pericolosa. Non solo perché la guerra in Ucraina continua, ma perché il conflitto rischia di allargarsi fino a coinvolgere direttamente la NATO e la Russia. Il dato più inquietante non è soltanto militare: è politico. Da anni l’Europa ha quasi smesso di parlare con Mosca. Al posto della diplomazia sono arrivati slogan, accuse, minacce e una crescente incapacità di distinguere tra comprensione delle cause e giustificazione della guerra.

Un esempio evidente riguarda i Paesi baltici. Secondo i commenti condivisi, proprio Estonia, Lettonia e Lituania, insieme alla Polonia, stanno assumendo un peso sproporzionato nella linea europea verso la Russia. Si tratta di Paesi che hanno ragioni storiche e geografiche per temere Mosca, ma il problema nasce quando questa paura diventa la voce dominante dell’intera Unione Europea. È davvero prudente che un continente di circa 450 milioni di persone si lasci guidare, nelle scelte di guerra e pace, dalle aree più emotivamente ostili alla Russia?

Il caso di Kaja Kallas è simbolico. L’Unione Europea ha scelto come responsabile della politica estera una figura percepita da molti come fortemente anti-russa. Ma oggi, quando si parla di possibili mediatori europei, i nomi che circolano non sono i suoi, bensì quelli di Angela Merkel o Mario Draghi. Questo dimostra una contraddizione profonda: l’Europa ha affidato la propria diplomazia a una linea politica che sembra poco adatta a fare diplomazia proprio quando la diplomazia diventa indispensabile.

Anche la Germania rappresenta un esempio centrale. Berlino avrebbe dovuto essere il freno dell’escalation, non il suo acceleratore. La Germania ha avuto un ruolo decisivo nella riunificazione del 1990, negli equilibri post-Guerra fredda e negli accordi successivi con l’Unione Sovietica e poi con la Russia. Secondo questa lettura, la promessa che la NATO non si sarebbe allargata verso Est è stata progressivamente svuotata. E oggi, con il cancelliere Friedrich Merz, la Germania sembra imboccare la strada della rimilitarizzazione, parlando sempre più apertamente di preparazione alla guerra. Per un Paese con la storia della Germania, questo dovrebbe imporre cautela, non entusiasmo bellico.

Il vertice NATO di Bucarest del 2008 è un altro passaggio fondamentale. Angela Merkel, secondo quanto riportato, comprese allora che offrire all’Ucraina e alla Georgia una prospettiva di ingresso nella NATO sarebbe stato percepito da Mosca come una minaccia diretta. Si oppose inizialmente a un piano formale di adesione, ma alla fine accettò una formula ambigua: nessuna data precisa, ma una dichiarazione politica secondo cui Ucraina e Georgia sarebbero entrate un giorno nella NATO. Quella ambiguità, invece di evitare il conflitto, contribuì ad alimentarlo.

Poi arrivò il 2014. Gli eventi di Maidan vengono spesso raccontati in Occidente come una rivoluzione democratica lineare. Ma nel testo viene sottolineato un punto diverso: il 21 febbraio 2014 era stato raggiunto un accordo per evitare il collasso istituzionale, mantenere Yanukovich fino a nuove elezioni e impedire una rottura violenta. Il giorno dopo, invece, il governo cadde, gli Stati Uniti riconobbero immediatamente i nuovi interlocutori politici e l’Europa si adeguò. Questo episodio viene presentato come uno dei momenti in cui l’ordine costituzionale ucraino fu sacrificato alla logica geopolitica.

Un altro esempio decisivo è Minsk 2, nel febbraio 2015. L’accordo, approvato anche dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, prevedeva una soluzione per il Donbass: autonomia sostanziale per Donetsk e Luhansk all’interno dell’Ucraina. Germania e Francia avrebbero dovuto garantirne l’attuazione. Ma l’accordo non venne mai realmente applicato. La cosa più grave, secondo questa interpretazione, è che anni dopo Merkel avrebbe lasciato intendere che Minsk servì anche a guadagnare tempo per rafforzare l’Ucraina. Se così fosse, l’Europa non avrebbe solo fallito nella mediazione: avrebbe contribuito a svuotare di credibilità la parola “accordo”.

Nel frattempo, ogni tentativo di discutere questi passaggi è stato spesso liquidato come “propaganda russa”. Se si parla dell’allargamento NATO, si viene accusati di ripetere la linea del Cremlino. Se si ricorda il ruolo occidentale nel 2014, stessa accusa. Se si domanda perché Minsk 2 non sia stato applicato, ancora una volta si viene sospettati di tradimento. Ma una democrazia matura dovrebbe saper discutere le cause di una guerra senza trasformare ogni dubbio in eresia.

Oggi l’escalation assume forme sempre più concrete. Nel testo si citano i droni che colpirebbero la Russia partendo o transitando da aree vicine ai Paesi baltici, le accuse reciproche sugli sconfinamenti nello spazio aereo, gli attacchi ucraini contro obiettivi strategici russi e perfino contro elementi collegati alla triade nucleare russa. Anche quando i dettagli sono controversi, il punto politico resta: siamo entrati in una zona dove incidenti, ritorsioni e provocazioni possono sfuggire rapidamente di mano.

L’Ucraina, da parte sua, ha un interesse comprensibile ma pericoloso: internazionalizzare il conflitto. Non potendo sostenere da sola una guerra indefinita contro la Russia, può essere tentata di trascinare l’Europa e, attraverso l’Europa, gli Stati Uniti in uno scontro più ampio. È un calcolo disperato, ma non impossibile. Il problema è che gli interessi di Kiev non coincidono automaticamente con quelli dell’Europa. Sostenere l’Ucraina non dovrebbe significare accettare ogni passo verso l’escalation.

La Francia offre un altro esempio di ambiguità. Macron parla da anni di autonomia strategica europea, un’idea in sé legittima: l’Europa dovrebbe essere meno dipendente dagli Stati Uniti. Ma costruire questa autonomia attraverso una linea di confronto frontale con Mosca rischia di essere un errore drammatico. L’autonomia europea dovrebbe significare capacità di giudizio, non semplice sostituzione della dipendenza da Washington con una retorica militarizzata europea.

Il Regno Unito, pur fuori dall’Unione Europea, continua poi a esercitare una pressione fortemente anti-russa. Sommando la posizione britannica, quella baltica, quella polacca, la nuova postura tedesca e l’ambiguità francese, il risultato è un continente che parla sempre meno di pace e sempre più di preparazione alla guerra.

Il punto più grave è culturale: la diplomazia è stata quasi criminalizzata. Parlare con la Russia viene descritto come debolezza, cedimento, complicità. Ma nella storia, le guerre finiscono quando i nemici si parlano. Non quando si amano, non quando si fidano, ma quando riconoscono che l’alternativa al negoziato è la distruzione.

In questo senso, il richiamo attribuito ad Angela Merkel alla necessità di tornare a parlare con Mosca arriva tardi, ma è comunque significativo. Se perfino una leader che ha accompagnato molte delle scelte europee degli ultimi decenni riconosce oggi l’errore dell’assenza di dialogo, allora bisognerebbe ascoltare quel segnale con serietà.

L’Europa ha bisogno di ritrovare memoria. Deve ricordare Bucarest 2008, Maidan 2014, Minsk 2, il progressivo crollo dei trattati sul controllo degli armamenti, le promesse fatte e poi reinterpretate, le paure russe ignorate, ma anche le paure ucraine e dell’Europa orientale. Solo una memoria completa può produrre una politica responsabile.

Il vero tradimento dell’Europa non sarebbe aprire un canale con Mosca. Il vero tradimento sarebbe consegnare il continente a una spirale di odio, provocazioni e automatismi militari. La pace non nasce dall’oblio né dalla propaganda. Nasce dalla capacità di guardare la realtà intera, anche quando è scomoda.

Oggi l’Europa deve scegliere: continuare a scivolare verso una guerra più grande, oppure recuperare il coraggio della diplomazia. Non una diplomazia ingenua, non una resa, ma una diplomazia adulta, fondata sulla memoria storica, sulla prudenza e sulla consapevolezza che in una guerra tra potenze nucleari non esiste vittoria possibile.

 

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Info Autore
Monica Vendrame
Author: Monica Vendrame
Biografia:
Vive a Pegli, affacciata sul mare di Genova. Direttrice editoriale del quotidiano online La Voce agli Italiani, redattrice de "La Voce del Savuto", unisce rigore giornalistico e sensibilità umana, occupandosi di attualità, cultura e temi sociali. Vicepresidente dell’Associazione culturale Atlantide, promuove eventi e progetti dedicati all’arte e alla parola. Scrittrice e poetessa, sta lavorando al suo primo volume di liriche. Ama la fotografia, la lettura, l’arte in ogni forma e ha uno sguardo attento alle sfumature della vita.
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