Guardate quello che è accaduto alla flottiglia diretta verso Gaza.
Guardate con quale arroganza, con quale violenza politica, con quale disprezzo vengono trattati e scherniti attivisti disarmati, cittadini, volontari, persone che hanno scelto di esporsi in prima persona per rompere il muro dell’indifferenza.
Quello che è accaduto non è un episodio marginale. Non è un incidente diplomatico. Non è una parentesi da liquidare con due frasi di circostanza.
È l’ennesimo tassello di una storia che racconta una verità brutale: esiste un governo israeliano che da mesi agisce con una forza devastante contro una popolazione civile già allo stremo, ed esiste un Occidente che continua a oscillare tra timide dichiarazioni, prudenza diplomatica e sostanziale impotenza.
E poi ci sono loro: gli attivisti della flottiglia.
Persone che, con coraggio, hanno provato a rompere questo incantesimo. E io credo che vadano ringraziati, perché in questo momento rappresentano una delle parti più belle della nostra società: quella che non si limita a guardare, non si limita a commentare, non si limita a indignarsi a distanza, ma prova a fare qualcosa.
Qualcuno dice: “Lo fanno solo per visibilità”. Qualcuno scrive che alcuni di loro si occupano di Palestina solo adesso, solo perché il tema è diventato mediaticamente rilevante. Può anche darsi che, dentro un’iniziativa grande, ci siano sensibilità diverse, percorsi diversi, motivazioni diverse. Ma questo non cambia il punto. Questi aspetti sono marginali rispetto al valore politico e umano dell’iniziativa.
La flottiglia va sostenuta.
Perché quello che è successo è simbolicamente enorme. Quelle persone non erano militari. Non erano mercenari. Non erano combattenti. Erano attivisti, cittadini, volontari. Persone disarmate che hanno deciso di esporsi personalmente per tentare di rompere il muro dell’indifferenza che circonda Gaza.
Non erano terroristi.
Erano persone che volevano dire al mondo una cosa semplice: guardate cosa sta accadendo.
E allora il punto è questo: perché trattarli come criminali? Perché fermare con la forza persone disarmate in acque internazionali? Perché trasformare un’iniziativa umanitaria in un caso di sicurezza? Perché chi prova a denunciare l’orrore deve essere immediatamente delegittimato, intimidito, presentato come un provocatore?
Questo è ormai il linguaggio politico dominante: chi denuncia, chi contesta, chi rompe il silenzio viene trasformato automaticamente in un problema. Non si discute più del fatto denunciato. Si colpisce chi denuncia. Non si guarda Gaza. Si attacca chi prova a farla guardare.
Ed è una deriva inquietante.
Perché mentre questi attivisti vengono bloccati, fermati, umiliati e descritti come pericolosi, a Gaza che cosa succede?
Succede che la distruzione va avanti. Magari con meno rilevanza mediatica, magari con meno titoli, magari con meno attenzione, ma va avanti. Il mondo assiste da mesi a bombardamenti devastanti, quartieri rasi al suolo, ospedali colpiti, civili massacrati, bambini morti sotto le macerie, fame usata come arma di pressione e annientamento, intere famiglie cancellate, una popolazione volutamente ridotta allo stremo, senza acqua potabile, senza sicurezza, senza futuro.
E intanto la violenza si allarga, la tensione cresce, il Libano viene colpito, l’intera regione resta appesa a una logica di forza che sembra non conoscere più limiti.
Questo è il contesto.
E dentro questo contesto, vedere rappresentanti del potere israeliano schernire attivisti disarmati è qualcosa che dovrebbe indignare chiunque abbia ancora un minimo di coscienza politica e umana. Non parliamo di una battuta infelice, non parliamo di un gesto isolato. Parliamo di un atteggiamento: l’idea che il diritto internazionale sia un fastidio, che la diplomazia sia un ostacolo, che chiunque contesti debba essere trattato come un nemico da schiacciare.
È questo il livello.
E davanti a tutto questo, che cosa fanno Meloni e Tajani?
Dove sono le azioni concrete? Dove sono le proteste formali forti? Dove sono gli atti diplomatici visibili? Dov’è la difesa ferma dei propri cittadini? Dove sono le parole nette, non quelle frasi fredde, burocratiche, ripetute ormai fino allo sfinimento?
Ancora una volta, la solita parola logora: “inaccettabile”.
Ma “inaccettabile” non basta più.
“Inaccettabile” senza conseguenze non significa nulla.
“Inaccettabile” senza atti diplomatici non significa nulla.
“Inaccettabile” senza una posizione politica forte non significa nulla.
Un governo serio non resta fermo quando cittadini e attivisti vengono coinvolti in un’operazione del genere. Un governo serio pretende spiegazioni immediate. Un governo serio si fa sentire. Un governo serio difende il diritto internazionale non solo quando conviene, ma sempre. Un governo serio non si limita alle formule burocratiche.
Perché qui parliamo di persone che si trovavano in acque internazionali. Parliamo di imbarcazioni civili. Parliamo di un’iniziativa diretta verso Gaza, che non è proprietà di Israele. Parliamo del diritto di denunciare, del diritto di navigare, del diritto di portare attenzione su una tragedia umanitaria.
E allora chiediamocelo senza ipocrisie: se cittadini italiani fossero stati fermati in acque internazionali dalla Russia, dall’Iran o dalla Cina, davvero qualcuno pensa che la reazione sarebbe stata questa?
Davvero?
Avremmo visto la stessa prudenza? Gli stessi toni bassi? Gli stessi comunicati diplomatici? La stessa cautela? Gli stessi inviti alla moderazione?
No. Avremmo visto indignazione totale. Avremmo visto giornalisti stracciarsi le vesti. Avremmo visto titoloni, speciali televisivi, editoriali infuocati, condanne immediate, richieste di sanzioni, pressioni diplomatiche, appelli alla fermezza. Avremmo sentito urla da ogni studio televisivo.
Invece, quando il protagonista è Israele, tutto diventa più sfumato. Più prudente. Più ambiguo. Più complicato.
Ed è questo che distrugge la credibilità morale dell’Occidente.
Perché i principi o valgono sempre o non valgono mai. Il diritto internazionale o vale sempre o diventa propaganda. La libertà di navigazione o vale sempre o diventa uno slogan. La difesa dei civili o vale sempre o diventa una selezione politica del dolore.
E la flottiglia, proprio per questo, è importante.
Perché al netto delle polemiche, al netto delle simpatie o antipatie, al netto dei tentativi di screditarla, qui c’è un fatto umano e politico enorme: persone che scelgono di esporsi personalmente per attirare l’attenzione su una tragedia umanitaria. Non con le armi. Non con la violenza. Ma con la testimonianza, con la presenza civile, con il rischio personale.
In un tempo di cinismo totale, questo gesto merita rispetto.
Mentre tanti governi parlano e basta, mentre il governo italiano si rifugia nelle parole vuote, mentre l’Occidente misura ogni sillaba per non disturbare gli equilibri, questi attivisti almeno hanno deciso di fare qualcosa.
E allora la domanda è inevitabile: chi sta davvero dalla parte sbagliata della storia?
Chi prova a rompere il silenzio su una catastrofe umanitaria?
O chi continua a giustificare tutto?
Chi sale su una barca disarmata per dire “guardate Gaza”?
O chi si nasconde dietro la prudenza diplomatica mentre una popolazione viene distrutta?
La storia giudica sempre. E spesso giudica molto male chi, davanti alla sofferenza di massa, davanti alla fame, davanti alle macerie, davanti ai bambini morti, davanti a una popolazione assediata, ha scelto il silenzio, la cautela, il calcolo, la frase di circostanza.
Questo vale per i governi.
Vale per i leader politici.
Vale per i ministri.
Vale per i giornalisti che minimizzano.
Vale per gli opinionisti che cambiano tono a seconda di chi viola il diritto internazionale.
Vale per chiunque, davanti a una tragedia di queste proporzioni, preferisca voltarsi dall’altra parte.
Qui ci sono cittadini, attivisti, volontari fermati in acque internazionali mentre cercavano di denunciare l’orrore di Gaza. E davanti a questo fatto, l’Italia non può limitarsi all’ennesimo “inaccettabile”.
Perché non basta più dire che una cosa è inaccettabile.
Bisogna dimostrare di non accettarla davvero.
E fino a quando il governo italiano continuerà a rispondere con formule prudenti, fino a quando l’Occidente continuerà a usare due pesi e due misure, fino a quando il diritto internazionale varrà solo contro i nemici e mai contro gli alleati, la verità resterà una sola:
la flottiglia non ha soltanto sfidato un blocco.
Ha smascherato un sistema.

