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di  Monica  Vendrame

L’immigrazione è uno dei temi più complessi che uno Stato moderno possa affrontare.

Non è materia da slogan, da comizi permanenti o da operazioni di facciata. È un dossier che intreccia sicurezza, diritto internazionale, diritto europeo, traffico di esseri umani, guerre, instabilità geopolitica, povertà, sofferenza e cooperazione tra Stati.

Proprio per questo, trattarlo come una scenografia politica è non solo sbagliato, ma profondamente irresponsabile.

Il caso dei centri per migranti in Albania rappresenta, da questo punto di vista, uno dei simboli più evidenti del fallimento del governo Meloni. Un progetto presentato come svolta storica, come modello innovativo, come risposta finalmente concreta all’immigrazione irregolare. Doveva essere la prova che questo governo avrebbe fatto ciò che altri, secondo la narrazione della destra, non avevano avuto il coraggio di fare.

La promessa era chiara: fermezza, controllo, efficienza, risultati. Si parlava di blocco navale, di rimpatri, di discontinuità totale rispetto al passato. L’immigrazione era uno dei pilastri identitari della proposta politica di Giorgia Meloni. Uno dei temi con cui si è presentata agli italiani chiedendo fiducia.

Ma oggi i fatti raccontano un’altra storia.

I centri in Albania, sbandierati come soluzione epocale, si sono trasformati in un enorme problema politico, giuridico ed economico. Dovevano produrre risultati, invece hanno prodotto contestazioni, ostacoli normativi, costi giganteschi e obiettivi lontanissimi dalla realtà. E qui i numeri pesano più degli slogan: l’accordo è stato stimato in circa 670 milioni di euro per cinque anni, mentre ricostruzioni recenti parlano di appena 536 persone ospitate nei centri, a fronte delle decine di migliaia previste dal progetto. È questo il punto politicamente devastante: non una semplice difficoltà di percorso, ma una sproporzione enorme tra promessa, spesa pubblica e risultati reali.

Non si tratta di essere di destra o di sinistra, né di tifare per una parte o per l’altra. La questione è molto più semplice: governare significa produrre risultati, non costruire narrazioni.

Un governo serio, davanti a un tema così delicato, dovrebbe verificare prima la solidità giuridica, economica, pratica e operativa di una misura. Non dopo. Non quando il progetto si arena. Non quando emergono i problemi. Prima.

Perché se una misura nasce soprattutto per comunicare un messaggio politico, e non per funzionare davvero, prima o poi la realtà presenta il conto.

Ed è esattamente ciò che sembra essere accaduto con l’operazione Albania. Il governo l’ha venduta come risposta forte all’immigrazione irregolare, ma se quei centri restano sostanzialmente inutilizzati, se gli obiettivi annunciati non vengono raggiunti, se l’intero meccanismo si blocca tra ricorsi, vincoli giuridici e difficoltà operative, allora il problema non è la “narrazione dell’opposizione”: è la tenuta stessa del progetto.

C’è una differenza enorme tra governare e comunicare. E Giorgia Meloni, sempre più spesso, sembra confondere le due cose.

Quando il progetto ha incontrato ostacoli, la risposta politica non è stata l’autocritica. Non è stata la revisione. Non è stata una riflessione seria su cosa non avesse funzionato. Ancora una volta si è scelto lo schema più comodo: qualcuno ci ostacola, qualcuno ci blocca, qualcuno non ci lascia lavorare.

È il solito vittimismo politico.

Naturalmente, in una democrazia le decisioni giudiziarie possono essere criticate. Fa parte del confronto democratico. Ma se ogni difficoltà viene sempre spiegata come colpa degli altri, allora una domanda diventa inevitabile: e se il problema fosse a monte? E se il progetto fosse stato concepito male fin dall’inizio?

La verità è che l’immigrazione non si governa con gli spot, né con la propaganda o con frasi a effetto come “ci pensiamo noi”. Servono accordi internazionali seri, strutture efficienti, rimpatri praticabili e legalmente sostenibili, cooperazione europea, pragmatismo, capacità amministrativa. Non palcoscenici. Non scenografie. Non annunci muscolari buoni solo per strappare applausi.

C’è poi una contraddizione ancora più profonda. Agli italiani viene raccontata da anni una linea rigidissima sulla sicurezza, una postura inflessibile, una fermezza senza compromessi. Ma poi emergono episodi che rendono questa narrazione molto meno lineare. Il caso Almasri, con il rimpatrio in Libia su un volo di Stato di un uomo accusato di crimini gravissimi, pone interrogativi enormi sulla coerenza di questa linea.

Perché se costruisci tutta la tua identità politica sul controllo, sulla sicurezza e sulla fermezza, poi devi essere coerente. Devi dimostrare efficacia. Devi produrre risultati. Altrimenti resta solo la comunicazione.

Ed è proprio questo il nodo politico: la credibilità.

Giorgia Meloni ha vinto anche promettendo discontinuità, fermezza sull’immigrazione, blocco navale, tagli alle accise e risposte concrete ai problemi degli italiani. Ma molte di quelle promesse sono rimaste sulla carta, trasformate in slogan ripetuti, annunci, campagne comunicative. Intanto, su un progetto come quello dei centri in Albania, il rischio è che sia stata spesa una quantità enorme di denaro pubblico per un’operazione più utile alla propaganda che alla gestione reale dei flussi migratori.

Ed è qui che la questione diventa ancora più grave: non siamo davanti solo a un errore politico, ma a una scelta pagata con soldi pubblici, presentata come svolta epocale e poi smentita dai numeri. Quando una misura costa centinaia di milioni e produce risultati così lontani dalle promesse, la propaganda non basta più: servono responsabilità, trasparenza e il coraggio di ammettere il fallimento.

E questo è inaccettabile.

Gli italiani non meritano spot elettorali permanenti. Meritano politiche efficaci. Meritano serietà. Meritano un governo che non usi temi drammatici come l’immigrazione per consolidare consenso, ma che li affronti con competenza, equilibrio e responsabilità.

La questione migratoria non è una comparsata televisiva, né uno slogan da campagna elettorale o un palco su cui mettere in scena la politica muscolare. È una questione reale, complessa, umana e istituzionale.

Ridurre tutto a propaganda significa tradire la serietà del problema e prendere in giro i cittadini.

Oggi i fatti parlano più forte degli annunci. E se il progetto Albania, simbolo della promessa di efficienza e fermezza del governo, si rivela un fallimento, allora Giorgia Meloni dovrebbe assumersene la responsabilità politica. Non bastano più le frasi a effetto. Non bastano più i giornalisti compiacenti. Non basta più indicare sempre un nemico esterno.

Non si tratta soltanto di una promessa non mantenuta. È un’intera strategia politica, costruita sulla forza degli annunci, ad essersi scontrata con la debolezza dei risultati. E quando questo accade su un tema così serio, con cifre così alte e con aspettative così martellanti, chi governa non può cavarsela con l’ennesimo racconto autoassolutorio.

Perché governare non significa raccontare di essere forti.

Governare significa esserlo davvero, nei risultati.

E sull’immigrazione, come su molte altre promesse fatte agli italiani, questo governo dovrebbe smettere di cercare alibi e cominciare a chiedere scusa.

 

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Info Autore
Monica Vendrame
Author: Monica Vendrame
Biografia:
Vive a Pegli, affacciata sul mare di Genova. Direttrice editoriale del quotidiano online La Voce agli Italiani, redattrice de "La Voce del Savuto", unisce rigore giornalistico e sensibilità umana, occupandosi di attualità, cultura e temi sociali. Vicepresidente dell’Associazione culturale Atlantide, promuove eventi e progetti dedicati all’arte e alla parola. Scrittrice e poetessa, sta lavorando al suo primo volume di liriche. Ama la fotografia, la lettura, l’arte in ogni forma e ha uno sguardo attento alle sfumature della vita.
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