di Monica Vendrame
Francesca Albanese non è stata sanzionata per ciò che ha fatto. È stata sanzionata per ciò che ha detto.
E già questo dovrebbe bastare a farci capire che la sospensione delle sanzioni statunitensi nei suoi confronti non è un dettaglio tecnico, né una semplice parentesi giudiziaria. È una notizia politica, giuridica e morale. Perché quelle sanzioni non colpivano una criminale, una terrorista, una trafficante d’armi o una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Colpivano una giurista italiana, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, per una ragione molto più semplice e molto più inquietante: aveva detto ciò che Israele e i suoi alleati non volevano sentirsi dire.
Francesca Albanese ha accusato Israele di commettere un genocidio a Gaza. Non lo ha fatto con uno slogan, non lo ha fatto durante un comizio, non lo ha fatto per propaganda. Lo ha fatto nell’ambito del suo mandato ONU, attraverso rapporti, analisi giuridiche, documenti e richiami al diritto internazionale. Nel rapporto Anatomy of a Genocide, presentato nel 2024, ha sostenuto l’esistenza di fondati motivi per ritenere che a Gaza fosse stata superata la soglia del crimine di genocidio.
Ha parlato di distruzione. Di uccisioni di massa. Di fame usata come arma. Di sfollamenti forzati. Dell’annientamento delle condizioni materiali di vita di un intero popolo.
Questa è la sostanza della vicenda. Albanese non si è limitata a “criticare Israele”. Ha nominato il crimine più grave previsto dal diritto internazionale: genocidio. Ha affermato che ciò che accade a Gaza non può essere liquidato come “guerra”, “autodifesa” o “operazione militare”. Ha detto che davanti alla devastazione sistematica di un territorio, all’uccisione di decine di migliaia di civili, alla distruzione di ospedali, scuole, case, infrastrutture, acqua, cibo e futuro, la comunità internazionale ha il dovere di guardare la realtà in faccia.
Ed è proprio questo che non le è stato perdonato.
Perché il nodo centrale non riguarda soltanto ciò che Israele fa. Riguarda ciò che il mondo permette a Israele di fare. Albanese ha denunciato non solo l’offensiva militare israeliana, ma anche il sistema di protezione politica, diplomatica, economica e militare che consente a Israele di agire nell’impunità. Nei suoi rapporti successivi ha parlato di una “economia del genocidio”, chiamando in causa aziende, interessi privati, apparati industriali, tecnologici, bellici e finanziari che, secondo la sua analisi, traggono profitto dall’occupazione e dalla distruzione del popolo palestinese.
Questa è la parte più scomoda. Non si tratta più soltanto di dire che Israele bombarda Gaza. Si tratta di riconoscere che Israele può continuare a bombardare Gaza perché esiste una rete internazionale che lo arma, lo finanzia, lo copre, lo giustifica, lo difende nelle sedi diplomatiche e rende economicamente sostenibile la sua azione. Albanese ha indicato questa rete. Ha parlato di Stati complici, aziende complici, governi complici, silenzi complici.
E allora è arrivata la punizione.
Gli Stati Uniti hanno sanzionato Francesca Albanese perché aveva denunciato le operazioni militari israeliane a Gaza e perché aveva sollecitato indagini su possibili crimini di guerra commessi anche da cittadini israeliani e statunitensi. Le sanzioni includevano limitazioni all’ingresso negli Stati Uniti e all’accesso ai servizi bancari americani. Ora un giudice federale di Washington, Richard Leon, ha temporaneamente sospeso quelle misure, ritenendo probabile una violazione della libertà di espressione.
Va detto con nettezza: quelle sanzioni erano una misura intimidatoria. Erano il tentativo di trasformare una relatrice ONU in un esempio. Il messaggio era chiaro: chi denuncia Israele, chi parla di genocidio, chi chiama in causa le complicità occidentali, chi osa chiedere indagini anche su cittadini americani, verrà colpito. Non semplicemente contestato. Colpito nella propria esistenza concreta.
Perché le sanzioni non sono una opinione contraria. Non sono una critica. Non sono un editoriale polemico. Sono uno strumento di pressione materiale. Possono impedire di lavorare, viaggiare, ricevere pagamenti, usare conti correnti, accedere a servizi, gestire la propria quotidianità. Possono colpire non solo la persona sanzionata, ma anche chi le sta vicino. Nel caso di Albanese, il ricorso presentato dai familiari ha raccontato proprio il peso concreto di queste misure sulla vita della famiglia.
E qui si arriva al punto cruciale per l’Italia.
Francesca Albanese è italiana. È una cittadina italiana che opera per le Nazioni Unite. Si può essere d’accordo o in disaccordo con le sue parole, con le sue analisi, con le sue conclusioni. Ma uno Stato serio avrebbe dovuto difendere almeno il principio: una cittadina italiana non può essere sanzionata da una potenza straniera perché svolge un mandato internazionale e denuncia possibili crimini di diritto internazionale.
Invece il governo italiano è rimasto sostanzialmente immobile. Silenzioso. Prudente fino a sfiorare la complicità. Come se difendere Albanese significasse automaticamente schierarsi contro Israele. Ma non era questo il punto. Il punto era difendere la libertà di parola, il mandato delle Nazioni Unite, l’autonomia del diritto internazionale, la dignità di una cittadina italiana.
L’Italia avrebbe potuto dire una cosa semplice: non accettiamo che una relatrice ONU venga punita per aver espresso valutazioni giuridiche nell’ambito del proprio incarico. Avrebbe potuto dire: si può discutere il contenuto dei suoi rapporti, ma non si può rispondere con sanzioni personali. Avrebbe potuto dire: le alleanze non cancellano i diritti.
Non lo ha fatto.
E allora questa vicenda diventa ancora più grave. Perché mostra non solo la prepotenza di chi sanziona, ma anche la sudditanza di chi tace. Mostra un’Italia incapace di difendere una propria cittadina quando il prezzo sarebbe infastidire gli alleati. Mostra un Paese che parla di sovranità quando deve fare propaganda interna, ma poi scompare quando una potenza straniera colpisce una italiana per ragioni politiche.
Albanese ha fatto ciò che molti governi evitano accuratamente di fare: ha trasformato l’orrore in una questione di diritto, e il diritto in un’accusa politica precisa.
Ha detto che l’occupazione dei territori palestinesi è un sistema coloniale. Ha detto che apartheid, espulsione, segregazione, distruzione e impunità non sono incidenti, ma elementi di un sistema. Ha detto che senza la protezione degli Stati Uniti e la passività dell’Europa, tutto questo non potrebbe continuare nelle stesse forme.
Per questo è stata attaccata.
Non perché abbia mentito. Non perché abbia preso le armi. Non perché abbia minacciato qualcuno. Ma perché ha dato un nome giuridico e politico a ciò che molti preferiscono lasciare nell’indistinto. Perché ha detto “genocidio” quando altri dicevano “conflitto”. Perché ha detto “complicità” quando altri dicevano “equilibrio”. Perché ha detto “responsabilità” quando altri invocavano solo prudenza.
La decisione del giudice americano non chiude la vicenda. Le sanzioni sono state sospese temporaneamente, non cancellate definitivamente. Ma intanto stabilisce un punto essenziale: punire una persona per le sue opinioni, per le sue denunce, per le sue analisi giuridiche è incompatibile con la libertà di espressione che gli Stati Uniti dichiarano di voler difendere.
Il paradosso è amarissimo: a ricordarlo non è stato il governo italiano. È stato un giudice americano.
E questa, per l’Italia, non è soltanto una brutta figura diplomatica. È una sconfitta politica e morale.

